Il lutto
Addio a Lionel Jospin, l’ultimo interprete di una sinistra riformista
È morto Lionel Jospin, e con lui si chiude, forse per sempre, una stagione. Non solo francese. È stato l’ultimo grande interprete di una sinistra riformista capace di coniugare crescita economica, diritti sociali e apertura internazionale. Non era un tribuno. Non era un comunicatore carismatico.
Era un uomo di partito, cresciuto nel socialismo francese più rigoroso, ma capace di attraversare gli anni Novanta senza farsi travolgere dalla crisi delle ideologie. Negli anni ruggenti, Jospin era parte di un asse politico che attraversava l’Atlantico. Blair a Londra, Clinton a Washington, lui a Parigi. In Italia, quella stagione parlava la lingua di Francesco Rutelli, Massimo D’Alema e Romano Prodi. Era la stagione dell’Ulivo, della Terza via, della modernizzazione possibile. Jospin, a dirla tutta, non abbracciò mai del tutto la “Terza via” blairiana. Rimase più ancorato a una tradizione socialista classica. Ma seppe governare senza cedimenti ideologici: privatizzazioni selettive, riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore, attenzione ai conti pubblici, apertura europea. Un equilibrio difficile, oggi quasi impensabile. Il legame con la sinistra italiana non era solo politico ma culturale. Era una comunità di destino. La convinzione che il riformismo fosse l’unica risposta possibile alla globalizzazione. Il trauma arriva nel 2002. Jospin viene eliminato al primo turno delle presidenziali, travolto dall’avanzata di Jean-Marie Le Pen. È uno shock. Non solo per la Francia. Per tutta la sinistra europea.
Da lì inizia il vuoto. La morte di Jospin costringe tutti a una domanda scomoda: perché la sinistra francese non è più capace di esprimere una classe dirigente all’altezza? Le ragioni sono almeno tre. Primo: la fine della cultura di governo. Il Partito socialista francese ha progressivamente smarrito la propria vocazione maggioritaria, rifugiandosi in identità minoritarie o inseguendo radicalismi incompatibili con l’esercizio del potere. Secondo: la frattura sociale. La globalizzazione ha eroso il blocco storico della sinistra. I ceti popolari si sono spostati verso destra. Le élite urbane sono rimaste, ma non bastano. Terzo: la personalizzazione della politica. Leader come Jospin nascevano dentro partiti solidi. Oggi i partiti sono deboli. E i leader, spesso, improvvisati. In questo scenario si muove Raphaël Glucksmann. Figura interessante, colta, europeista. Ma prigioniera di uno spazio politico stretto. Da un lato, la pressione della sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon, che intercetta il voto di protesta. Dall’altro, il centrismo di Emmanuel Macron, che ha occupato il terreno riformista.
Glucksmann prova a costruire una nuova sintesi. Ma senza un partito forte, senza una tradizione condivisa, senza una classe dirigente, il rischio è quello di restare una voce isolata. Jospin apparteneva a un’altra epoca. Ma non a un’altra politica. La sua lezione resta attuale: governare senza urlare, riformare senza distruggere, tenere insieme crescita e giustizia sociale. Oggi quella sintesi sembra smarrita. In Francia come in Italia. In Europa come negli Stati Uniti. E forse è proprio questo il punto: non è morto solo un uomo. È scomparso uno degli ultimi grandi interpreti viventi di una certa idea di riformismo pragmatico a sinistra.
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