La 'dittatura elettorale'
Assassinio di giustizia e verità in un’Italia irriformabile, nell’ora più buia della vendetta restiamo militanti della libertà
Intossicata, chiusa in un conformismo servile, in un giustizialismo vendicativo e feroce, in un filo-fascismo permanente, in un comunismo impunito. In una palude di odio, falsità, risentimento, sospetto. Maledizione italiota votata alla controriforma, al conservatorismo burocratico. Mussolini e Stalin ringraziano per la loro vittoria postuma. Consideriamo la realtà e chiamiamo le cose con il loro nome, senza girarci intorno.
La ‘dittatura elettorale’
Il quesito referendario è stato stravolto e travolto da una mobilitazione politica, arbitraria, coatta, di appartenenza. Indagini attendibili provano che fino a quando ci si è concentrati nel merito del contendere, il Sì alla riforma aveva un largo margine di vantaggio. Allora la casta corporativa di potere assoluto, il partito dei giudici, ha avuto paura di perdere i propri poteri intoccabili e ha scatenato, con la complicità di una politica sottomessa, un mare di fango, di odio, di menzogne. Il vizio endemico di una campagna elettorale permanente, che Yascha Mounk (uno dei maggiori studiosi della crisi della democrazia liberale e dell’ascesa del populismo) definisce “dittatura elettorale”, ha soffocato il dibattito civile nel merito della riforma proposta e imposta, con violenza verbale e minaccia fisica, la demonizzazione dei sostenitori della riforma, la paura del cambiamento e il sostegno oltranzista al potere abusivo della magistratura correntizia con l’aggressione al primato costituzionale del giudice terzo imparziale, con il dogma dell’intoccabilità della costituzione.
La Costituzione italiana è forse la più ingiusta e la più brutta costituzione del mondo, almeno nell’ambito degli ordini costituzionali delle democrazie occidentali. Perché è nata da un compromesso storicamente contingente tra il partito cattolico e il più grande partito comunista dell’Occidente. Comunque, la costituzione è stata modificata una ventina di volte, soprattutto con il titolo V. Ma essenzialmente va smentita la leggenda della “Costituzione più bella del mondo”. Proprio il celebre articolo uno, sulla repubblica fondata sul lavoro, appare ed è semi-sovietico, si tratta di una palese concessione a un partito totalitario stalinista. Certo essa contiene determinati principi liberali occidentali, ma questi sono avvolti e ostacolati da un impianto compromissorio, da una retorica antifascista contraddetta da un’abbondante continuità fascista: Codice Rocco, altri codici, il ruolo della partitocrazia e anche l’unità delle carriere di pubblici ministeri e giudici stabilita dal gerarca Dino Grandi.
Napoli, lo stato di polizia e la mancia di sudditanza
Le disparità regionali nel risultato referendario sono molto significative. A Napoli vergognoso record negativo, proprio nella città degli inquisitori che hanno condannato e praticamente ucciso Enzo Tortora; la città dominata dal procuratore Gratteri, campione di uno stato di polizia, città che aveva dato un voto massiccio a favore della mancia di sudditanza dei peggiori iperpopulisti. Tutte offese mortali alla Napoli di Vico, Gaetano Filangieri, Antonio Genovesi.
Alla vigilia del referendum, Antonio Polito sul Corriere del Mezzogiorno del 15 marzo aveva ricordato tra i padri nobili della scuola napoletana del diritto l’avvocato Giovanni Leone (poi discusso e riabilitato presidente della repubblica) quando, nella discussione costituente sull’articolo 102 della Costituzione, aveva sostenuto: “Bisogna sempre evitare un allargamento del potere giudiziario, che sarebbe pericoloso. In Germania, proprio con la dittatura nazista, si pretese di interpretare la sana coscienza popolare e si sostenne che il diritto non è scritto nel codice, ma è nella coscienza del popolo: tale coscienza, però, era interpretata dal Führer e dai suoi accoliti. È quindi necessario che il magistrato rimanga conservatore, non nel senso di essere refrattario all’imponente massa dei problemi sociali che si presentano, perché tali problemi devono essere tradotti in nuove leggi, ma nel senso di interpretare rigidamente la legge esistente… Il giudice deve essere servitore della legge, di conseguenza conservatore in tal senso: interpretare, cioè, la legge secondo i fini per i quali è stata emanata. Se a un dato momento la formula e lo spirito della legge sono in contrasto con il movimento sociale in atto, il giudice deve tuttavia applicare la vecchia legge, finché il legislatore non l’abbia modificata. Per l’ordine giuridico di un paese sarebbe sommamente pericoloso che il giudice avesse la possibilità di adattare la legge a nuovi ordinamenti sociali”.
La scuola napoletana del diritto ci dice che i giudici che pretendono di fare la legge sono come i giudici nazisti. Se a queste lucide considerazioni aggiungiamo il retaggio del dogma marxista secondo il quale il diritto e l’etica sono mere sovrastrutture rispetto al fondamento economico classista, persistente in una sinistra post-marxista sbandata post-tutto, si comprende bene la natura aberrante dell’attuale partito dei giudici. Mentre risulta evidente l’attivismo di soggetti filo-terroristi, islamisti di ferocia antisemita nella campagna del No, sentiamo l’obbligo morale di ricordare che il Diritto e l’Etica dell’Ebraismo sono esemplari nella condotta e auto-regolazione di giudici rigorosamente imparziali e indipendenti. In molti luoghi della Torah si ricorda e si prescrive che i Bet Din (corti di giustizia composti da tre giudici) devono osservare chiare regole di giustizia, e devono portare prove a partire dalla presunzione di non colpevolezza degli indagati, una vera geniale anticipazione delle più moderne regole del diritto. Con foscoliana pietà portiamo fiori alla tomba di Enzo Tortora, e giuriamo di non mollare, di restare militanti della libertà e della riforma della giustizia, nell’ora buia della vendetta e dell’ingiustizia trionfante.
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