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«Abbiamo incontrato il nemico… e siamo noi»

Consulente aziendale, appassionato di politica estera
«Abbiamo incontrato il nemico… e siamo noi»

Non sono la guerra nucleare o il terrorismo le più grandi minacce per la democrazia americana, scrive Tom Nichols, ma il narcisismo e il nichilismo della gente comune. Insomma, se siamo demoralizzati, preoccupati, o addirittura indignati per lo stato sempre più terribile della nostra democrazia, sgombriamo il campo dai dubbi: il nostro peggior nemico, come dice Nichols, siamo noi.

Se la democrazia liberale sta facendo fiasco, la colpa, sostengono i populisti illiberali, è delle élite: globalisti, burocrati, giornalisti, intellettuali, politici. Secondo Nichols, che ha appena pubblicato «Our Own Worst Enemy», sono, al contrario, i cittadini comuni che stanno fallendo la prova della democrazia.

Quella di Tom Nichols è una riflessione stimolante sullo stato della democrazia americana che, ovviamente, vale anche per noi: tutto il mondo (occidentale) è paese. «Decenni di continue lamentele», scrive, «mandate regolarmente in onda in mezzo a continui miglioramenti degli standard di vita, alla fine hanno preteso il loro pedaggio». Il nemico, afferma Nichols, siamo «noi». I cittadini delle democrazie, scrive, «devono ora vivere con la chiara consapevolezza che sono capacissimi di sposare movimenti illiberali e di minacciare le loro stesse libertà».

Nel libro, Nichols spiega che l’assenza di virtù civiche, unita alle aspettative crescenti degli americani e alla convinzione che tocchi al governo prendersi cura di ogni loro necessità, rappresenta oggi una minaccia esistenziale per il sistema di governo americano.

Nichols lo racconta prendendo a prestito una scena di un vecchio film (del 1975) diretto da Sidney Pollack: «I tre giorni del Condor». La vita, si sa, imita l’arte ed il thriller, ambientato nella New York della metà degli anni ’70, si discosta dal genere spionistico tradizionale e pone interrogativi di tipo politico. Al centro della vicenda, c’è infatti la possibilità che i servizi segreti, o una parte di essi, sfuggano ad ogni controllo e agiscano secondo finalità e con mezzi non corretti e, comunque, non autorizzati da nessuno. Nella scena, due agenti della CIA discutono nervosamente del piano segreto (preparato da un funzionario deviato: Leonard Atwood) d’una guerra da far scoppiare nel Medio Oriente per assicurarsi il controllo del petrolio (piano che il rapporto del giovane Joseph Turner, nome in codice «Condor» aveva involontariamente smascherato). Quando l’alto ufficiale, Higgins (il vicedirettore di New York, incaricato di recuperare Turner, sopravvissuto al massacro) dice che, in realtà, si trattava di un buon piano, la sua insensibilità sbalordisce il giovane analista di livello inferiore. Ma Higgins dice che in tempi difficili, alla gente non importa come le risorse come il petrolio o il cibo sono loro assicurate: «Vorranno solo che gliele procuriamo». Lo scambio di battute è serrato: «È semplice economia, Turner… Non c’è discussione. Il petrolio ora, tra 10 o 15 anni, sarà il cibo, o il plutonio. Forse prima. Cosa pensi che la gente vorrà che facciamo allora?». «Chiediglielo!», risponde Turner. «Ora?», replica Higgins, scuotendo la testa. «Huh-uh. Chiediglielo quando stanno per esaurire le scorte. Quando fa freddo a casa e i motori si fermano e le persone che non sono abituate alla fame…hanno fame! Non vorranno che glielo chiediamo…. Vorranno solo che glieli prendiamo». Il risultato, dice Nichols, è che, di questo passo, «avremo una tecnocrazia che non chiede più la nostra opinione perché non può avere una risposta. E dico sempre, questo non sarà un takeover. Ci governeranno di default, perché non ce ne frega niente».

Nichols è cresciuto in una casa popolare nel Massachusetts e ora è insegna al Naval War College e alla Harvard Extension School. Collabora con The Atlantic e Usa Today e qualche anno fa ha scritto il bellissimo «The Death of Expertise» («La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia», editore Luiss University Press). È un ex repubblicano di vecchia data che ha lasciato il partito disgustato dalla beatificazione di Trump (fa parte del «Never Trump» movement). La sua è in parte una geremiade su quello che siamo diventati  – un elettorato infantile e poco serio che vuole il suo lecca-lecca e lo vuole «ora» – e in parte un appello per fermare l’emorragia prima che sia troppo tardi. Il libro, scritto con uno stile colloquiale, sembra infatti una ramanzina di papà (dei papà di una volta): tirati sù, infilati la camicia e trovati un lavoro, per l’amor del cielo.

Ma il libro tocca un tasto dolente. La democrazia liberale è minacciata dallinterno. Insomma, i populisti fomentano passioni violente e soffiano sul fuoco della paura e dell’insoddisfazione? Sì, certo. Ma sono gli elettori a mandarli al potere. Meno di un americano su sei crede che la democrazia funzioni bene, quasi la metà ritiene che non stia funzionando per niente e il 38% dice semplicemente bah.

Nel ventesimo secolo, osserva Nichols, le democrazie liberali sono sopravvissute a molteplici conflitti globali, hanno sconfitto il fascismo ed il totalitarismo, hanno superato depressioni e recessioni multiple, eppure oggi sembrano incapaci di superare sfide meno complesse, anche in un contesto globale di relativa pace e prosperità. Segmenti rilevanti della popolazione negli Stati Uniti e nei paesi europei hanno perso fiducia nelle istituzioni democratiche, e un numero crescente di sondaggi dice che sono in molti a pensare che non sia poi così «essenziale» vivere in una democrazia. Nichols sostiene che in un’epoca segnata dal più cinico egocentrismo, i cittadini delle società occidentali hanno smarrito ogni considerazione dei valori democratici e le virtù dell’impegno civico. Ma Nichols riconosce che ogni rinnovamento della democrazia liberale si dovrà basare proprio sulla gente comune, cioè su quelli, tra loro, che possiedono la coscienza civica e le virtù necessarie per far funzionare il sistema e resta fiducioso sul futuro della democrazia liberale sia in patria che nel mondo. «Di una cosa sono certo», scrive nella prefazione, «la possibilità di tornare ad una vita democratica più civile e più serena è interamente nelle nostre mani, se scegliamo di farlo».

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