I numeri, quando parlano, lo fanno con una chiarezza che la politica spesso si ostina a non possedere. Nel 2025 l’export veneto ha chiuso a 77,3 miliardi di euro, in lieve flessione rispetto all’anno precedente, ma dentro quel dato aggregato si nasconde una geografia economica che vale la pena leggere con attenzione.

Perché mentre le vendite verso gli Stati Uniti arretrano del 6,5% e quelle verso il Regno Unito precipitano del 15,9%, gli scambi con i Paesi europei non solo tengono ma crescono dell’1,4%. La Germania resta il primo mercato di sbocco con dieci miliardi tondi e una crescita dello 0,5%, la Francia avanza dell’1,4%, la Spagna mette a segno un robusto +6% superando i tre miliardi di euro. È la fotografia di un Veneto che – ad esempio -è riuscito a galleggiare sulla tempesta dei dazi non per una fortuna contingente, ma perché il suo baricentro commerciale batte da sempre molto più a nord delle Alpi e molto più a est dell’Atlantico.

Vale la pena soffermarsi su questa evidenza, che a Roma continua a essere trattata come dato contabile e non come fatto politico di prima grandezza. Il 58,8% dell’export manifatturiero veneto viaggia verso i Paesi dell’Unione europea: significa che quasi sei euro su dieci di ricchezza prodotta in regione si giocano su tavoli dove Berlino, Parigi e Madrid sono gli interlocutori quotidiani, non Washington, non Londra, non Pechino. Significa che ogni mattina, nei capannoni del Nordest, si negozia di fatto con l’Europa, si parlano tre o quattro lingue nelle mail di conferma d’ordine, si condividono standard tecnici, certificazioni di prodotto e catene del valore lunghe e fittissime, senza che la Farnesina debba mediare alcunché e senza che alcun ministero debba impartire direttive.

Significa, soprattutto, che l’autonomia di cui tanto si discute sul piano istituzionale è già scritta, silenziosa ma inequivocabile, nei registri delle dogane di Verona e Venezia, nei documenti Intrastat, nelle fatture dei vettori che ogni giorno attraversano il Brennero e il Tarvisio.