Cento milioni di euro l’anno per tre anni. È la cifra stanziata dal governo nel Ddl Bilancio per sostenere la promozione dell’export attraverso il sistema fieristico nel triennio 2026-2028. A questi si aggiunge il Piano d’azione per l’export del Ministero degli Esteri, che individua nelle manifestazioni fieristiche il canale prioritario per l’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese. Il ministro Urso, intervenendo all’assemblea AEFI di dicembre, ha definito le fiere “infrastruttura strategica per la competitività del Paese”. La domanda è se il Veneto — regione che esprime tre poli fieristici di caratura nazionale e alcuni dei brand espositivi più forti d’Europa — sia in condizione di intercettare quei fondi come sistema o continuerà a farlo da tre trincee separate.

I numeri regionali ad oggi disponibili parlano chiaro. Veronafiere ha chiuso il 2024 al proprio record storico: 125,5 milioni di euro di ricavi di gruppo, 45 manifestazioni, 861mila visitatori e 11.867 espositori. Il Piano ONE 2024-2026 prevede investimenti per trenta milioni e un obiettivo di 151,8 milioni a fine triennio. A ottanta chilometri, la componente vicentina di Italian Exhibition Group contribuisce ai 250 milioni di fatturato consolidato e ai 40,7 milioni di utile ante imposte del gruppo — la società fieristica più profittevole d’Italia. IEG sta ricostruendo il quartiere di Vicenza con un nuovo padiglione da 22mila metri quadrati firmato dallo studio GMP di Amburgo, previsto per il 2026. Nel mezzo, Padova ha proiettato il proprio centro congressi tra le prime dieci destinazioni congressuali italiane e al settantacinquesimo posto europeo nella classifica ICCA, con ottanta eventi e 121mila presenze nel solo 2025. Tre eccellenze a un’ora di autostrada, tre cantieri aperti, nessun tavolo comune.

Il quadro nazionale conferma la vivacità del comparto ma anche le sue contraddizioni. Nel 2024 BolognaFiere ha raggiunto 274,1 milioni di fatturato consolidato, superando per la prima volta Fiera Milano, ferma a 273,2 milioni in un anno di biennalità sfavorevole. Nel 2025 l’intero sistema ha prodotto 915 eventi, quasi undici milioni di metri quadrati di superficie venduta e un impatto economico di 22,5 miliardi. Secondo lo studio Prometeia-AEFI, le fiere operano con un moltiplicatore di 2,4: ogni euro di valore aggiunto diretto ne genera ulteriori 1,4 nell’economia nazionale, e le imprese che partecipano regolarmente crescono in fatturato sette volte più della media del sistema produttivo.
Ma la struttura presenta squilibri che i competitor europei non conoscono.

La Germania, attraverso l’AUMA e il cofinanziamento federale diretto, coordina ventitré quartieri che sommano 2,7 milioni di metri quadrati e generano un fatturato annuo superiore ai quattro miliardi di euro. Il solo quartiere di Hannover offre 463mila metri quadrati, Francoforte 393mila. I Paesi Bassi hanno concentrato il sistema su un unico operatore, RAI Amsterdam, con una regia nazionale sulla programmazione. La Spagna ha razionalizzato attorno a IFEMA Madrid e Fira de Barcelona, assegnando a ciascun polo filiere distinte e complementari. L’Italia dispone di 4,2 milioni di metri quadrati su cinquanta quartieri — quarto posto mondiale — ma senza alcun meccanismo di coordinamento tra poli che spesso si contendono le stesse manifestazioni.

Se i tre poli veneti operassero in rete, i loro 270mila metri quadrati varrebbero il secondo sistema fieristico italiano e un interlocutore credibile sullo scacchiere continentale. I cento milioni del governo arriveranno invece su un sistema che, almeno in Veneto, moltiplica i costi di promozione e rischia di indebolire la massa critica necessaria per attrarre i grandi buyer internazionali. Una politica industriale fieristica matura — come quelle tedesca, olandese e spagnola — potrebbe non limitarsi a finanziare la partecipazione delle imprese, incentivando le aggregazioni e assegnando a ciascun polo un perimetro strategico definito. Per il Veneto, è la differenza tra restare una somma di assolute eccellenze e diventare un sistema.