Medio Oriente
Siria, a un anno e mezzo dalla caduta di Assad ancora instabile: Turchia e Israele in competizione
A un anno e mezzo dalla caduta del regime degli Assad, la Siria non è più il cuore dell’asse sciita costruito da Teheran, ma non è ancora diventata uno Stato stabile, sovrano e pacificato. È piuttosto un laboratorio geopolitico sospeso tra influenza turca, pressione israeliana, frammentazione interna e ricerca di legittimazione internazionale. E proprio questa instabilità rende Damasco uno dei dossier più delicati del nuovo Medio Oriente. Il presidente Ahmad Al-Shara, ex comandante jihadista trasformato in leader pragmatico, ha compreso che la sopravvivenza del suo governo dipende dalla normalizzazione con l’Occidente e con le monarchie arabe moderate. La Siria del 2026 non ha alcun interesse a riaprire un conflitto regionale: il Paese è economicamente devastato, militarmente indebolito e socialmente fratturato dopo quindici anni di guerra civile. Tuttavia, la realtà strategica del Levante rischia di trascinare Damasco dentro una nuova spirale di tensione.
Israele considera ancora la Siria un territorio vulnerabile da controllare indirettamente. L’occupazione di nuove porzioni del Golan, la sistematica distruzione delle infrastrutture militari siriane e il sostegno politico alla comunità drusa rispondono a una logica di sicurezza comprensibile dopo il trauma del 7 ottobre. Tel Aviv vuole impedire che il caos siriano torni a trasformarsi in una piattaforma operativa per milizie ostili. È una postura difensiva che però produce inevitabili conseguenze politiche. Le recenti manifestazioni filopalestinesi a Damasco e nel sud della Siria mostrano infatti come il nazionalismo arabo e il sentimento anti-israeliano siano tutt’altro che scomparsi. L’assalto all’ambasciata degli Emirati Arabi Uniti e i cori pro-Hamas di reparti dell’esercito siriano rappresentano segnali che il governo non può ignorare.
Al-Shara sa che il suo potere non poggia su istituzioni solide, ma su un equilibrio fragile tra clan, tribù, milizie e comunità religiose. In Siria il potere centrale continua a negoziare con le periferie armate, esattamente come avveniva sotto gli Assad. Qui emerge il ruolo della Turchia. Ankara è oggi il principale sponsor regionale della nuova leadership sunnita siriana. Recep Tayyip Erdoğan ha investito enormemente nella proiezione turca sul Levante: contenimento curdo, influenza economica, controllo delle frontiere e costruzione di una cintura politica filo-turca. La trasformazione di Hay’at Tahrir al-Sham da movimento jihadista a forza “normalizzata” non sarebbe stata possibile senza il sostegno turco. Ma proprio questo asse turco-siriano rischia di entrare progressivamente in collisione con Israele.
Erdoğan utilizza la causa palestinese come strumento di leadership regionale e come leva politica interna. La Siria può diventare il terreno ideale di questa competizione indiretta. Non attraverso una guerra convenzionale — ipotesi oggi improbabile — ma tramite pressione diplomatica, mobilitazione nazionalista e conflitti a bassa intensità. L’Europa e gli Stati Uniti devono leggere con lucidità questa transizione. La fine dell’influenza iraniana in Siria rappresenta un vantaggio strategico per l’Occidente e per Israele. Tuttavia, lasciare il Paese interamente nelle mani della proiezione neo-ottomana turca sarebbe un errore altrettanto grave. Serve invece una strategia occidentale capace di sostenere la ricostruzione istituzionale siriana, limitare le pulsioni estremiste e favorire una progressiva integrazione regionale. L’alternativa è una Siria permanentemente instabile, dove il vuoto dello Stato continua a essere riempito da milizie, potenze straniere e radicalizzazione identitaria. In questo quadro, il rischio non è un ritorno del vecchio regime, ormai definitivamente tramontato, ma la nascita di un nazionalismo sunnita sempre più aggressivo, alimentato dalla competizione tra Ankara e Tel Aviv. La Siria di Al-Shara non vuole entrare in guerra. Ma nel Medio Oriente di oggi, spesso non sono gli Stati a scegliere il conflitto: sono gli equilibri regionali a imporlo.
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