Esteri
Siria, la stabilità è appesa ad al-Sharaa: la tenuta del fragile assetto politico è legata alla sicurezza della sua nuova guida
Dopo la caduta di Bashar al-Assad nel dicembre 2024, la Siria è entrata in una fase politica nuova ma tutt’altro che stabile. Il nuovo presidente di transizione, Ahmed al‑Sharaa, emerso dalla coalizione ribelle che ha conquistato Damasco, rappresenta oggi molto più di un semplice leader post-rivoluzionario: è diventato il perno fragile attorno al quale ruota la possibilità stessa di ricostruire uno Stato siriano funzionante. La questione della sua sicurezza personale non è quindi una vicenda di protocollo o di intelligence.
È, piuttosto, un indicatore geopolitico della trasformazione in corso nel Levante. Dopo oltre un decennio di guerra civile, il collasso dell’apparato statale siriano ha lasciato un vuoto che il nuovo potere tenta di riempire con una combinazione di centralizzazione politica e garanzie esterne. Nel gennaio 2025 Sharaa è stato proclamato presidente del periodo di transizione, e da allora la sua sopravvivenza politica coincide, di fatto, con la sopravvivenza del nuovo assetto istituzionale. Per questo gli sviluppi recenti sul piano della sicurezza sono osservati con crescente attenzione. La minaccia più immediata proviene dallo Stato Islamico, che negli ultimi mesi ha rilanciato la propria attività militante nel territorio siriano. Rivendicazioni di attentati, cellule smantellate e complotti sventati indicano un chiaro obiettivo: colpire il vertice politico per riaprire la partita della destabilizzazione. Un attentato riuscito contro il presidente non sarebbe solo un atto terroristico. Sarebbe l’innesco di una nuova crisi di successione in un sistema statale ancora incompleto.
In questo contesto si inserisce la dimensione internazionale della sicurezza del leader siriano. Le indiscrezioni secondo cui la MI6 britannica potrebbe essere stata coinvolta nella protezione di Sharaa sono state ufficialmente smentite da Ankara. Ma il punto politico non è la forma esatta della cooperazione: è il fatto che la sicurezza del vertice siriano sia ormai trattata come un dossier multilaterale. Il triangolo tra Damasco, Ankara e Londra riflette interessi convergenti. Per la Turchia, evitare il collasso del nuovo potere centrale è una priorità strategica. Una Siria nuovamente frammentata riaprirebbe il problema delle milizie, delle frontiere instabili e della questione curda.
C’è poi un ulteriore livello geopolitico. La Siria si trova nel mezzo di tensioni regionali che coinvolgono indirettamente Israele, Iran e Stati Uniti. In questo contesto, la stabilità del potere centrale a Damasco diventa una variabile utile per evitare che il Paese torni a funzionare come campo di collisione tra potenze. Per un’Europa che vuole contare nel Mediterraneo allargato, il messaggio è chiaro. Ignorare la Siria significherebbe lasciare che altri decidano gli equilibri del Levante. Ma la lezione più importante riguarda la natura stessa della transizione siriana. Finché la stabilità dello Stato dipenderà in modo così diretto dalla sicurezza personale del presidente, la Siria resterà un sistema politico incompleto. La vera prova non sarà proteggere Sharaa. Sarà costruire istituzioni capaci di sopravvivergli.
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