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Adolescenti e digitale nell’era dell'”appificazione”: i “Figli delle app” secondo Pira

Giornalista, comunicatore, fondatore di Velocitamedia.it
Adolescenti e digitale nell’era dell'”appificazione”: i “Figli delle app” secondo Pira

Figli delle App” non è un libro come gli altri. Anzi, è un volume che si pone come un vero baluardo nell’analisi dei nuovi strumenti tecnologici in rapporto allo sviluppo e alla crescita dei giovanissimi nell’ecosistema digitale.

Innanzitutto perché l’autore, Francesco Pira, vera e propria industria di scrittura di qualità e di interesse, è uno dei più grandi esperti del tema. È professore associato di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università degli Studi di Messina, è delegato del Rettore alla Comunicazione, Coordinatore Didattico del Master in Social Media Manager.

Poi perché – aspetto tutt’altro che secondario – il libro, pubblicato da FrancoAngeli Editore all’interno della Collana di Sociologia, è di un’attualità disarmante: tanti, troppi i casi di quelle famose “challenge su TikTok” finite nella tragedia. Drammi che fanno suonare uno, dieci, cento campanelli d’allarme sulla necessità di educare le nuove generazioni all’utilizzo di dispositivi e, appunto, di app potenzialmente esplosivi.

Fluttuando tra i “Figli delle stelle” di Alan Sorrenti e il consumismo tecnologico di Zygmunt Baumann, che rischia di annientare la nostra storia e la nostra identità, l’autore conia il neologismo di “generazione digital popolare”: “Una generazione alla continua ricerca di popolarità“, spiega Pira.Quello che emerge dal mio lavoro di ricerca è che si tratta di adolescenti e preadolescenti che ormai “vetrinizzano” ogni momento della loro vita. Hanno bisogno di essere sostenuti, rassicurati, accettati. Il loro modo di approcciarsi ai social ci mostra la complessità e le contraddizioni della loro vita sociale sulla rete, le loro fragilità emotive e le loro insicurezze. Seguono i loro idoli sui social network e cercano di assomigliare a loro emulandone i comportamenti“.

Un approdo sociale che in molti considerano inevitabile, vista la diffusione di dispositivi, la quantità di app disponibile sul mercato (praticamente per ogni cosa) e di ore trascorse a navigare. “Stiamo vivendo una fase che io definisco di “appificazione” delle nostre vite. Se da un lato la tecnologia ci aiuta e diventa un facilitatore della gestione del quotidiano, dall’altro le app, che sono comunque prodotti commerciali, ci “guidano” a scegliere sulla base del profilo che gli algoritmi generano“.

Naturalmente, conta tanto anche un altro elemento: la condizione di nativi digitali degli adolescenti di oggi. “È all’interno di questi contesti che stanno costruendo il proprio universo relazionale – spiega Pira -, in un ambiente completamente digitalizzato e mediatizzato. Le app di smartphone e tablet rappresentano il percorso all’interno del quale i giovani sperimentano, costruiscono e rappresentano la propria identità“.

In questo spaccato, è sempre più importante l’operato delle agenzie educative. Scuola e famiglia rivestono un ruolo determinante per indicare ai ragazzi i rischi e i pericoli derivanti da un utilizzo deregolamentato e spregiudicato di app e dispositivi. “Viviamo una vera e propria emergenza educativa e valoriale – spiega il professor Pira -, un’emergenza che si è trasferita dalla televisione alle tecnologie più moderne. Manca la guida, l’autorevolezza di accompagnare la crescita e capire quale impatto hanno le tecnologie sulle vite dei nostri figli. Spesso i genitori sono ignari delle regole che esistono a livello europeo e che potrebbero in qualche modo tutelare i loro figli“.

L’immaturità con cui spesso preadolescenti e adolescenti si approcciano alle “diavolerie tecnologiche” può portare a conseguenze micidiali. Le challenge finite in tragedia ne sono un esempio plastico. “Alle nuove generazioni mancano gli strumenti per comprendere gli strumenti del proprio agire social“.

Come si può provare a invertire la tendenza e a dare una base di coscienza del fare e di conoscenza degli strumenti ai più giovani? “È questa la chiave: una nuova interpretazione della Media Education, non più come educazione ai media, ma come strumento di nuovo approccio strategico alla formazione, affinché i nostri ragazzi comprendano come vivere nel mondo social. Parimenti, è fondamentale che anche i genitori diventino consapevoli appieno di rischi e potenzialità degli strumenti che consegnano ai figli“.

Un altro tema, e non per importanza (anzi), su cui “Figli delle App” accende i riflettori la survey online “La mia vita ai tempi del Covid” e i relativi risultati. Volendola tratteggiare brevemente, cosa potremmo dire? “Innanzitutto parlerei del senso di solitudine e di paura che i ragazzi hanno provato nel corso del primo lockdown. Ho ravvisato una specie di dipendenza dal gruppo, che ha portato a un isolamento rispetto all’ambito familiare, pieno invece di barriere e privo di dialogo. In secondo luogo – prosegue il professor Pira -, per la prima volta tantissimi ragazzi hanno ammesso di creare profili falsi sui social, specie su Instagram, che è la loro piattaforma preferita. In piena pandemia da disinformazione, è chiaro che aumenta il pericolo che la manipolazione e il falso diventino la prassi comportamentale e relazionale”.

Il fattore su cui il professor Pira cerca di mettere in guardia è il rischio, già preconizzato da Baumann, di diventare consumatori di tecnologia anziché individui capaci di guidare la costruzione della società in rete. “La rivoluzione tecnologica potrà dirsi compiuta quando non ci saranno barriere di accesso alla tecnologia. Oggi, invece, il divario sembra ampliarsi“.

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