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Al referendum TPL Roma ha vinto il sì. Cosa sarebbe accaduto se avesse vinto il no?

Docente universitario
Al referendum TPL Roma ha vinto il sì. Cosa sarebbe accaduto se avesse vinto il no?

L’11 novembre 2018 i romani hanno votato al referendum consultivo sul trasporto pubblico locale. Hanno partecipato al referendum in 387.000, non era necessario un quorum (ha poi appurato un tribunale) e hanno votato a favore della messa a bando del servizio di trasporto con oltre il 74% di sì (c’erano due schede). Il sindaco di Roma ha impiegato più di due anni a proclamare i risultati in Consiglio Comunale. Soltanto il 28 gennaio 2021, costretta da un tribunale, Virginia Raggi ha confermato la vittoria del sì, la vittoria del comitato promotore e dei cittadini che hanno chiesto una svolta drastica nella regolazione del trasporto pubblico locale della capitale.

Nell’autunno del 2018 il referendum fu preceduto da un interessante dibattito. Certo, la stampa e la classe politica avrebbero potuto contribuire a dare maggiore visibilità al referendum e maggiore risalto alla discussione su un tema così importante. Tuttavia, una discussione e un confronto ci furono. Sono trascorsi due anni e questo incidente amministrativo/giurisdizionale, questo incredibile ritardo nel ricevere il mandato (seppure consultivo) degli abitanti di Roma, ci consente di fare un esercizio controfattuale.

Cosa sarebbe accaduto se avesse vinto il no? Nulla! Non sarebbe stato risolto alcun problema, non sarebbe stato avviato alcun ripensamento. Non si sarebbero trovate soluzioni innovative per la gestione di un servizio essenziale, quello della mobilità. Avremmo continuato a leggere, impotenti, di autobus in fiamme, servizi scadenti, conti fuori controllo, infrastrutture pericolanti, ulteriori avvicendamenti degli amministratori dell’Atac. Così è stato dal 2018 ad oggi come temeva chi si era battuto per il sì. Tempo perso che ha contribuito a farci trovare ancora più impreparati di fronte alla pandemia. Oggi, nel 2021, è tempo di pensare al futuro, di scrivere il programma del nuovo sindaco da eleggere a breve. È tempo di guardare avanti, e poiché siamo rimasti immobili a quell’11 novembre 2018, ripartiamo da quello che scrissi allora insieme a Luciano Nobili.

Non possiamo ignorare la dissoluzione del patto municipale tra Atac e i cittadini romani.

Come molti romani e turisti visitiamo spesso il Museo Centrale Montemartini sulla via Ostiense. Ideato dal sindaco Rutelli, è un bellissimo edificio industriale che ospita una collezione di sculture romane dei Musei Capitolini tra le macchine della ex centrale elettrica municipale. Il marmo bianco delle statue spicca tra caldaie imponenti un tempo rumorose e ancora nere di grasso e fuliggine.

Quel museo è dedicato a Giovanni Montemartini, il fondatore dell’epopea municipale della capitale. Colto economista (autore di ‘Municipalizzazione dei publici servigi’), divenne consigliere comunale e assessore ‘ai servizi tecnologici’ nella giunta Nathan. A lui si deve l’istituzione delle aziende municipali che avrebbero fornito ai cittadini romani l’elettricità, il trasporto pubblico, l’acqua. Morì in Aula Giulio Cesare nel 1913 proprio durante una discussione sui trasporti pubblici. A questa gloriosa storia si appella chi invita a votare No al referendum per la messa a gara del trasporto pubblico romano e chi contrastò la raccolta di firme dei Radicali.

In Atac, purtroppo, non resta più nulla dell’etica e dell’estetica municipale che Giovanni Montemartini ed Ernesto Nathan avevano sognato e poi realizzato. Il patto municipale tra azienda e città è ormai dissolto. Atac è fallita, nei bilanci e tra la cittadinanza. Andare avanti così, insistere con il rinnovo incondizionato della concessione è irresponsabile nei confronti di chi è privato del diritto alla mobilità. E non ci riferiamo alle ore trascorse in coda in automobile o in attesa di un autobus. Pensiamo a generazioni e generazioni di abitanti delle periferie condannati a ulteriori forme di diseguaglianza, sociale, economica, culturale, proprio a causa della mobilità disfunzionale.

Atac ha avviato una procedura davanti al giudice fallimentare e continua a violare gli obiettivi minimi previsti dal contratto di servizio. Il numero di corse e di km/annui erogati è molto inferiore al passato. La sindaca Raggi ha da poco annunciato il ritorno all’utile, ma è evidente anche a uno studente di primo anno di economia che si tratta di artifici contabili. L’incolumità dei viaggiatori non è più garantita, si pensi al record di bus incendiati, allo stato dei binari della metro, all’incidente della scala mobile, alle stazioni inondate dalla pioggia, ai reati commessi ai danni dei viaggiatori e degli autisti sia in centro che in periferia.

Rimettere a bando il servizio permetterebbe di tracciare una linea e ricominciare da capo. E non è vero che domenica i romani sono chiamati a scegliere sulla privatizzazione di Atac. C’è chi lo racconta in buona fede, motivato da ragioni ideali, e chi lo fa per interessi personali, corporativi o politici. I proponenti del referendum chiedono semplicemente il rispetto delle regole nazionali e comunitarie. Ovvero la messa a bando del servizio di traporto pubblico della capitale. Sarebbe uno shock per costringere Atac a mettersi in condizione di sana concorrenza con altri player pubblici e privati e garantire gli obiettivi previsti dal contratto di servizio.

Tramite gara pubblica europea, la gestione sarebbe affidata a chi è in grado di garantirla nel modo più efficiente e credibile e alle condizioni fissate dal Campidoglio. Certo, si tratta di un territorio molto esteso e complesso, con una densità irregolare e a tratti molto bassa. Ma è ormai evidente che il monopolio è una delle ragioni di inefficienza e i disservizi si scaricano soprattutto sulla periferia e sulle fasce più fragili della popolazione. Il Comune oggi si limita a coprire una voragine di perdite e invece dovrebbe dedicarsi a esercitare l’indirizzo e il controllo che spettano al regolatore. Non lo sta facendo adeguatamente con Atac proprio perché ci si rifiuta di concepire, anche solo astrattamente, che la concessione potrebbe non essere rinnovata e che il servizio potrebbe essere affidato a più operatori organizzati per macro-aree o tipologia di servizio.

Il progetto di municipalizzazione dell’energia elettrica e del trasporto a Roma fu avviato a seguito di un referendum indetto dal sindaco Nathan nel 1909. Domenica, 109 anni dopo, siamo chiamati a votare di nuovo e probabilmente Montemartini in questa occasione avrebbe votato in favore della rottura del monopolio di Atac. Per lui, infatti, la gestione pubblica dei servizi non era un totem ideologico da difendere sempre e ovunque. Scriveva nel 1902: ‘Il municipio deve, caso per caso, provare la convenienza e la sussistenza delle cause che spingono alla produzione diretta’. La municipalizzazione deve essere perseguita e difesa solo quando si dimostra la scelta economicamente più efficiente e socialmente più vantaggiosa per la collettività. Anche gli iscritti del Partito Democratico, a differenza di alcuni dirigenti del partito, la pensano così. Infatti, nella consultazione interna sui quesiti del referendum municipale, il Sì ha superato il 60% di consensi.

Domenica andiamo a votare, e facciamolo pensando ai ragazzi delle nostre periferie imprigionati nella diseguaglianza urbana anche a causa nostra. Abbiamo impiegato troppo tempo a riconoscere che l’estetica della forma, la natura municipale di Atac, non vale più della sostanza, ovvero quello che è in grado di fare per i cittadini di Roma. Cittadini oggi impossibilitati a raggiungere una scuola migliore, un luogo di aggregazione sociale più sano, un impianto sportivo, la strada materiale e immateriale per un futuro migliore.

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