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Arisa e quella fragilità che unisce tante donne

Giornalista Pubblicista, Avvocato. Esperta di parità di genere, sicurezza sociale e parità etnica-razziale
Arisa e quella fragilità che unisce tante donne

Non sono mai stata abbastanza per far sì che una persona decidesse di scegliermi e di rimanere”. Toccante la confessione di Rosalba Pippa, in arte Arisa, classe 1982, ai microfoni di Rai 1 per la trasmissione del sabato sera “Canzonissima”. Un filo di voce e sguardo calante e le parole di questa bravissima cantante vengono rimbalzate milioni di volte su tutte le piattaforme social e inondate da migliaia di commenti di donne che, stringendosi empaticamente, vi si ritrovano.

C’è però qualcosa che stride e che merita una riflessione per correggerne meglio la narrazione.

L’amore non è una medaglia al merito.

Fughiamo l’equivoco che chi è amato ne è meritevole e viceversa e soprattutto che il compito di assegnare valore sia assegnato all’altro. Se valesse questa regola, tutti sarebbero dei dipendenti affettivi in permanente ricerca di attenzioni, cosa che non solo non è vera ma è oltremodo pericolosa.

Uno dei filosofi contemporanei più popolari, Umberto Galimberti, al riguardo sostiene: “Quando finisce un amore non soffriamo tanto del congedo dell’altro, quanto del fatto che, congedandosi da noi, l’altro ci comunica che non siamo stati un granchè. In gioco non è tanto la relazione, quanto la nostra identità. L’amore è uno stato ove per il tempo in cui siamo innamorati, non affermiamo la nostra identità, ma la riceviamo dal riconoscimento dell’altro e quando l’altro se ne va, restiamo senza identità. Ma è nostra la colpa di esserci disimpegnati da noi stessi, di aver fatto dipendere la nostra identità dall’amore dell’altro. E allora, dopo il congedo, il lavoro non è cercare di recuperare la relazione dell’altro, ma recuperare quel noi stessi che avevamo affidato all’altro, al suo amore, al suo apprezzamento”.

Se è vero poi che l’altro non ci assegna un amore assoluto ma, tra l’altro, solo quello che lui conosce (visione molto più limitata e condizionata dalle sue esperienze personali), il rischio di non essere riconosciuti per il proprio valore è altissimo. Guai ad assegnarne ruolo incondizionatamente.

Allora l’equivoco non è dirsi “non sono abbastanza per essere scelta” ma “sono una persona di valore e non ho trovato un uomo che lo abbia saputo apprezzare”. Sta tutta qui la differenza e probabilmente anche la ragione di tanta amarezza.

Usando una bellissima immagine, lo scrittore Fabio Volo recentemente disse “se manca l’autostima, la relazione d’amore assomiglia ad allacciarsi la camicia sbagliando ad inserire il primo bottone e così via via tutti gli altri saranno storti ma non perché siamo sbagliati, non abbiamo valore o abbiamo fatto tanti errori. Ne abbiamo fatto uno, il primo. Allora, l’unica cosa che ci resta da fare è tornare indietro e ripartire da capo.

Forza Rosalba!

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