La vera emergenza da affrontare entro la fine della legislatura è l’accelerazione della capacità produttiva del Paese. Ne è convinto il ministro della Difesa Guido Crosetto, che nei giorni scorsi ha indicato come priorità la necessità di attrarre nuovi capitali, competenze e investimenti dall’estero. Per raggiungere questo obiettivo, ha affermato, occorre «fare ponti d’oro a chi investe qui, a chi si trasferisce in Italia».
Le parole del ministro arrivano in una fase in cui la competizione internazionale per attrarre capitali, talenti e imprenditori è sempre più intensa e chiamano in causa uno strumento che negli ultimi anni ha assunto un peso crescente nelle strategie di attrazione degli investimenti: l’Investor Visa for Italy, il cosiddetto Golden Visa italiano. Il tema si inserisce in un contesto europeo profondamente cambiato. Bruxelles ha progressivamente rafforzato l’attenzione su trasparenza, sicurezza, tracciabilità dei capitali e qualità degli investimenti attratti. Parallelamente, si è accentuata la distinzione tra i programmi di cittadinanza per investimento, i cosiddetti “golden passport”, e quelli di residenza per investimento collegati all’economia reale.

La direzione è chiara: premiare gli investimenti produttivi e scoraggiare i modelli fondati principalmente sulla rendita immobiliare o sulla semplice concessione di uno status giuridico. Non a caso molti Paesi hanno rivisto i propri programmi. La Spagna ha abolito il Golden Visa dall’aprile 2025, eliminando il canale dell’acquisto immobiliare. Il Portogallo aveva già escluso nel 2023 tutte le opzioni legate al real estate, orientando il programma verso fondi regolati e investimenti nelle imprese. La Grecia, invece, ha aumentato sensibilmente le soglie richieste per gli investimenti immobiliari. Sul fronte della cittadinanza per investimento, la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 29 aprile 2025 contro il programma maltese ha segnato un punto di svolta, sancendo di fatto la fine dei modelli di citizenship by investment nell’Unione. Cipro aveva già chiuso il proprio schema nel 2020. In questo scenario l’Italia occupa una posizione peculiare. L’Investor Visa for Italy, introdotto nel 2017 dal Governo Gentiloni, non prevede infatti una scorciatoia immobiliare. Il programma è legato a investimenti qualificati: almeno 250 mila euro in startup innovative, 500 mila euro nel capitale di società italiane o fondi di venture capital, 2 milioni di euro in titoli di Stato oppure una donazione filantropica da almeno un milione di euro. Proprio l’assenza di una via automatica basata sul mattone e il collegamento diretto con l’economia reale rendono il modello italiano particolarmente coerente con le nuove priorità europee. Un elemento che potrebbe trasformarsi in un vantaggio competitivo mentre molti programmi concorrenti vengono ridimensionati o chiusi.

Anche i numeri mostrano una crescente attrattività. Dopo una fase iniziale di avvio, le richieste sono aumentate progressivamente e, secondo le analisi di settore, negli ultimi due anni si sarebbe registrato un ulteriore raddoppio della domanda internazionale, arrivando a circa 450 pratiche avviate solo dall’inizio di quest’anno, con una stima di circa 200 milioni di euro di investimenti diretti stranieri in aziende italiane. L’Italia viene quindi sempre più percepita come una destinazione credibile per investitori, imprenditori e famiglie ad alta capacità patrimoniale. «Il nostro Paese si trova oggi davanti a una finestra di opportunità irripetibile», osserva Dario Montagnese, presidente dell’Italian Investment Alliance (IIA), la prima associazione che riunisce operatori e professionisti attivi nell’ecosistema dell’Investor Visa for Italy. «Mentre molti programmi europei vengono chiusi o profondamente ridimensionati, il modello italiano è perfettamente allineato all’evoluzione normativa europea perché incentiva investimenti nell’economia reale e nell’innovazione. Per cogliere questa opportunità servono però procedure rapide, certezza dei tempi e un’esperienza amministrativa all’altezza delle aspettative degli investitori internazionali». Resta infatti aperta la sfida dell’efficienza. Diversi operatori segnalano ritardi nell’esame delle domande di nulla osta, anche oltre i termini previsti, con richieste di integrazione documentale che arrivano in alcuni casi dopo oltre 60 giorni dal deposito e che spesso non sono risolutorie. Un problema che rischia di pesare proprio nel momento in cui il mercato internazionale cerca nuove alternative.

Per investitori che pianificano trasferimenti, investimenti e strategie familiari, tempi certi e procedure chiare rappresentano infatti un fattore decisivo. Esiste inoltre un rischio reputazionale: in una comunità globale fortemente connessa, percezioni di inefficienza possono diffondersi rapidamente e compromettere l’attrattività del programma. Accanto ai tempi, gli operatori indicano margini di miglioramento anche sul fronte delle procedure, dell’estensione ai familiari e della flessibilità nella gestione degli investimenti. Se l’obiettivo, come sostiene Crosetto, è davvero quello di costruire “ponti d’oro” per chi porta risorse e sviluppo nel Paese, il Golden Visa italiano dispone oggi di basi solide. La sfida sarà trasformare questo vantaggio normativo in un’esperienza amministrativa all’altezza delle aspettative degli investitori globali.