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Campagna elettorale, l’esordio della politica mitologica di Matteo Salvini

Avvocato e scrittore
Campagna elettorale, l’esordio della politica mitologica di Matteo Salvini

Veniva da Efira, la moderna Corinto, e si chiamava Bellerofonte. Divenne un esule per aver ucciso accidentalmente il re Bellero. Vagò per mezza Grecia in cerca di riscatto. Ma non esiste un eroe se non c’è un cattivo che impersona il male da combattere e sconfiggere. E così, per sua fortuna, incrociò il cammino di Chimera, mostro fiammeggiante, la cui sconfitta lo annoverò finalmente tra gli immortali.

Il paradigma della mitologia non è dissimile da quello della politica moderna. E già perché gli strumenti di comunicazione della seconda Repubblica, ormai già terza, vogliono eroi e non pensatori (mi chiedo sempre, oggi gente come Moro, Nenni o Berlinguer, che fine avrebbero fatto), e per fabbricare un eroe bisogna inventare un cattivo, altrimenti senza il cadavere di un mostro, con la spada d’oro infilzata nella gola, che razza di eroe sarebbe? E così nel ventaglio della politica nostrana ogni tanto spunta qualche eroe made in Taiwan.

In questi primi giorni di campagna elettorale l’esordio, nella politica mitologica, lo ha fatto il solito Matteo Salvini. E il nemico, il mostro che il mitologico Matteo dovrà sconfiggere indovinate chi è?

Se qualcuno sta pensando alle tette del Papeete si sbaglia di grosso. Perché il mostro cattivo è il “migrante”.

Non si sa perché questo tema, che scompare durante la vita della legislatura specie se Matthew ha qualche suo fidato al governo, improvvisamente riappare non appena si diffonde nell’aria il profumo della campagna elettorale.

Il primo decreto sarà: migranti zero tuona il Salvinide de noantri convinto della vittoria.

E mica dice “accise zero” sulla benzina, o “iva zero” sulle bollette energetiche ad uso domestico, o “tasse zero” per le coppie separate che in due non arrivano 1.500 euro mensili. E aggiungete qualunque altro zero vi viene in mente.

No, il primo zero che a Salvini viene in mente è quello del migrante, come se di questi tempi fosse l’unico problema del paese. E già, perché deve andare a difendere i sacri confini della patria che, però, non è in guerra contro nessuno.

Ma non gli si rifacciano i processi. Non è con pile di fascicoli di carte bollate che si combattono queste cose. Talmente irrilevanti sotto il profilo penale che si trasformano in rotoli di scottex sui quali c’entra non solo la Divina Commedia, ma anche l’Iliade, l’Odissea e il Decamerone, (no, questo forse no, questo si trova al Papeete).

Non dunque con la odiosa via giudiziaria.

La tecnica dell’eroe fatto in casa si combatte invece togliendo al suo nemico, al cattivo, la sua armatura da mostro per ridimensionarlo. E l’unico modo è confrontarlo con i veri problemi del paese. Non più slogan aggressivi “o noi, o loro”, non più evocare il pericolo fascista, non serve e agli italiani non interessa.

In un momento in cui pure il grano rischia la carestia, l’inflazione vola e per mangiare una pizza e una birra se ne vanno trenta euro senza Pata Negra (”con” bisogna chiederlo a Briatore che se ne intende, lo da pure al gatto), la gente ha bisogno di essere ascoltata e di avere risposte.

E si faccia attenzione, che l’Italia non è a Roma, a Milano o a Napoli. Il paese non è nelle metropoli. Quasi 48 milioni italiani vivono nelle città da 100.000 abitanti in giù, sparsi tra le valli alpine, la bassa padana, le catene appenniniche o le aree interne delle isole. Una miriade di campanili e borghi i cui problemi non sono quelli delle metropoli, sono quelli del territorio e dell’isolamento. Popolazioni per le quali il problema della sanità non sono la riforma delle Asl regionali, ma la chiusura degli ospedali; il problema della giustizia non è il disfunzionamento del C.S.M. ma la chiusura dei tribunali; il problema dei trasporti non sono la vendita dell’Alitalia (ex) ma un autobus che non arriva più o una strada che ha più buche di quelle di Kiev e nessuno la ripara; il problema della scuola non è, come dice Salvini, se fare l’appello per cognome o per nome, ma la chiusura dell’asilo.

È una Italia che per raggiungere i servizi che le sono sottratti deve fare viaggi di un’ora per fare magari trenta chilometri su strade tortuose e impervie e che da novembre a marzo sono sotto la neve.

Altro che la Chimera.

Quello che sta prendendo forma è il mostro dell’abbandono e se spunterà fuori un Bellerofonte per combatterlo non sarà da avanspettacolo come Salvini, sarà ferocemente spietato perché si chiamerà “Disperazione”.

 

 

 

 

 

 

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