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Catanzaro – Roma – Bruxelles: chi aiuterebbe il vicino di casa accusato pubblicamente dalla famiglia di passare la vita al casinò?

Catanzaro – Roma – Bruxelles: chi aiuterebbe il vicino di casa accusato pubblicamente dalla famiglia di passare la vita al casinò?

In un mio commento di ieri per Il Riformista (Giustizia giusta o ancora giustizia spettacolo?) ho posto qualche perplessità sui tempi – concomitanti con la crisi di governo e con il mega processo alla ‘ndrangheta – della roboante presentazione alla stampa dell’operazione antimafia della Procura della Repubblica di Catanzaro, che ha portato alle dimissioni del Segretario Nazionale dell’UDC Lorenzo Cesa.

Commenti fatti sulla base di altre vicende della storia recente del Paese, senza tuttavia alcuna conoscenza né dei fatti né delle carte in mano all’accusa. Che richiederebbero quindi, anche nei commenti sulla stampa, la stessa prudenza che dovrebbero avere gli investigatori antimafia. Quella cioé di usare la mano ferma, asettica e capace del chirurgo, indispensabile per estirpare la parte malata dei tessuti del Paese senza danneggiare quella sana. E non l’accetta del boscaiolo o sciabolate al vento, con le quali non sarà mai possibile evitare pericolosi danni collaterali. Che a volte possono essere anche peggiori del male che, con indiscusso merito, si vorrebbe estirpare.

Leggo oggi alcune cronache e commenti di chi sembra abbia potuto vedere alcune delle carte dell’accusa, ed anche intervistare il Procuratore della repubblica Nicola Gratteri. Al quale confermo la mia piena ammirazione per il suo indiscutibile coraggio personale.

Dalla lettura, in particolare del commento di Tiziana Maiolo sul Riformista, e dell’intervista a Gratteri di Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera, le mie perplessità ed i miei interrogativi non sono però affatto diminuiti.

Soprattutto per quanto attiene le ragioni della gogna mediatico-giudiziaria cui è stato soggetto Lorenzo Cesa che, con responsabilità, ha rassegnato immediatamente le sue dimissioni da Segretario Nazionale dell’UDC.

Oltre che per le ragioni spiegate ieri, le mie perplessità derivano anche per l’esperienza personale che ho avuto di Lorenzo Cesa. Quando lui era membro della Commissione Controllo Bilancio del Parlamento Europeo, ed io portavoce e capo della comunicazione dell’Ufficio Europeo per la Lotta alla Frode (OLAF). E soprattutto per la stima che aveva per lui, e che posso testimoniare personalmente, il compianto Direttore Generale dell’Ufficio Europeo della Lotta alla Frode (OLAF). Che non era proprio un calabrese, come il nome lo lascia intendere, ma un vero “tetesco di Germania”. Cioè il Procuratore bavarese Franz Hermann-Bruener. Quello che aveva rappresentato l’accusa, quale PM federale, nel processo al leader della DDR Erich Honecker, oltre che in alcune grandi, e non comuni, inchieste giudiziarie anti-corruzione in Germania. L’indipendenza nella funzione d’inchiesta di Bruener, che era rimasto scioccato da alcuni aspetti del metodo giudiziario (o giustizialista?) riscontarti in alcuni magistrati italiani, e dai tentativi che facevano pensare ai metodi del “corvo di Palermo”, di spodestarlo e limitarlo è stata fortemente difesa, al Parlamento Europeo, proprio da Lorenzo Cesa. Basta fare una ricerca negli archivi delle interrogazioni parlamentari, accessibili anche sul web, a chi volesse averne conferme e maggiori dettagli. Soprattutto in occasione di alcune orchestrate fughe di notizie riservate, e relative prevalentemente ad atti di indagine, provenienti dallo stesso OLAF e dal suo Comitato di Vigilanza. Sapientemente mischiate a quelle che oggi sarebbe facile definire “fake news”, ma che allora nessuno chiamava in questo modo, in nome della pretesa “libertà di stampa”.

Cesa diede in quel tempo anche un suo interessante contributo ad una tavola rotonda sulla comunicazione anti-frode, che io stesso, assieme a Bruener, organizzai. Con un intervento che merita essere letto e che tutto può far pensare, tranne che possa essere stato scritto da qualcuno che sia disponibile ad essere colluso con organizzazioni mafiose.

Ma l’ultima parola spetterà, come sempre, soltanto ai tribunali. Che soli potranno e sapranno vagliare la fondatezza degli elementi dell’accusa. Anche se questi, da quanto riportato da Tiziana Maiolo, appaiono al momento piuttosto vaghi.

Non ci permettiamo dunque di commentarli ulteriormente, come non ha invece perso occasione di fare ieri il sindaco di Napoli uscente, Luigi De Magistris. Che è già in campagna elettorale per la Regione Calabria, rendendo attonito un mio amico ufficiale in congedo dei Carabinieri che qualche giorno fa si diceva: “Dopo la ‘Ndrangheta e Cotticelli ora si candida pure De Magistris… di cosa sono colpevoli i calabresi?”.

Di De Magistris ho ricordi personali non solo di alcune sue attività investigative in collaborazione con l’OLAF, quando era alla Procura di Catanzaro. In relazione ad alcune speculazioni miste a fughe di notizie mediatiche dalla Procura di Catanzaro, l’impassibile e ponderato Bruener, mai visto furioso come allora, scrisse una durissima lettera al Ministro della Giustizia italiano ed al CSM, e pretese un comunicato stampa congiunto OLAF e Commissione Europea.  Ma ricordo anche del suo passaggio, come europarlamentare e Presidente, in quella stessa Commissione Controllo Bilancio del Parlamento Europeo, di cui Cesa era stato qualche tempo prima membro. Non posso certo testimoniare per lui, e so di non essere solo, la stessa stima che Bruener manifestava invece per Cesa. Un Bruener che – prima di conoscere sul campo anche tanti italiani che sanno fare onore all’Italia, seppure nel silenzio e dietro le quinte – leggendo solo le cronache mediatiche aveva il pregiudizio che moltissimi nordici hanno sull’Italia: quello di essere il Paese del sole, della buona cucina e della dolce vita, ma, soprattutto, delle Mafie, della corruzione e dell’assoluta inaffidabilità.

Frequentando i tanti che dall’Italia, spesso con agende personali di autoproclamati eroi della legalità e dell’inflessibilità (anche se spesso solo verso i peccati altrui), venivano a diffamare il nostro Paese a Bruxelles, chiedendo sponde offerte spesso in buona fede, senza distinguere mai il bene dal male e facendo di tutta l’erba un fascio, lui che aveva conosciuto anche il valore di tanti servitori silenziosi delle istituzioni, capì presto quale era la vera piaga dell’Italia. Quella di essere divorata da lotte intestine e per bande. Fatte non sempre e solo per interessi economici, ma anche, e soprattutto, per il potere personale. Molto simili alla mentalità proto-mafiosa che spesso viene attribuita a chiunque abbia il nostro passaporto. E non ebbe quindi bisogno di leggere Sciasca e la sua visionaria invettiva sul rischio dei nascenti “professionisti dell’antimafia” per capirlo. Ed è così che, per esperienza personale, divenne un grande estimatore dell’Italia, ma soprattutto delle sue forze di polizia, a cominciare dalla Guardia di Finanza, ma anche per Carabinieri e Polizia di Stato. Che citava spesso, assieme a Procuratori della Repubblica quali Piero Vigna e Antonio Lamanna, come esempio di serietà ed organizzazione (fatti salvi gli eccessi e le personalizzazioni di troppe prime donne o presunte tali) nella lotta alla criminalità organizzata. Anche e soprattutto con i suoi colleghi tedeschi.  Che spesso rimproverava pubblicamente di essere troppo indulgenti e non organizzati come l’Italia nella lotta al crimine organizzato ed alla corruzione.

Vivendo all’estero da oltre trent’anni, ed avendo vissuto personalmente, quale suo portavoce per un decennio, la metamorfosi di giudizio sul nostro Paese del magistrato “tedesco di Germania” Bruener, so tuttavia molto bene cosa significhi per i nostri partners europei, dai quali invochiamo – spesso anche con molta arroganza e spocchia – la più grande solidarietà per i nostri disatri, leggere sui nostri e loro giornali (che spesso non fanno altro che riprendere i nostri, o le veline delle Procure o dei loro grilli parlanti) troppi muscolosi annunci mediatici roboanti. Soprattutto quando concomitanti a grottesche cronache dei teatrini politici nazionali.

E allora concludo ponendomi un’altra domanda. Che pongo anche a tutti i miei compatrioti, per il bene che voglio a questo nostro splendido e dannato paese.

Chi di noi continuerebbe ad essere disponibile ad aiutare economicamente il proprio vicino di casa in difficoltà, quando i suoi stessi familiari più stretti gridano al mondo intero che usa i nostri soldi per spassarsela al casinó (con o senza accento sulla o)?

A chi mi legge lascio l’onere della sua onesta risposta. Scusandomi per la metafora che mi è ispirata, nel giorno in cui a Bruxelles, dove risiedo, l’Istituto Italiano di Cultura apre le celebrazioni del 700° anniversario della morte di Dante Alighieri, dalla celebre invettiva presente nel canto IV del Purgatorio della Divina Commedia: “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!

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