Dobbiamo vedere come cazzo possiamo fare che Cesa gli fa chiudere qualche cazzo di cosa”. Dovrebbe bastare questa dichiarazione di Tommaso Brutto, consigliere comunale a Catanzaro, intercettato a casa sua mentre parla con Francesco Talarico, responsabile regionale dell’Udc, per capire che Lorenzo Cesa non solo non ha avuto niente a che fare con le cosche mafiose, ma neanche con accordi pre-elettorali in Calabria. Siamo negli ultimi mesi del 2017, Francesco Talarico spera di andare in Parlamento con le elezioni politiche del 2018 (non ci riuscirà per 1.500 voti), si candida nel collegio di Reggio Calabria. Si dà da fare con Tommaso Brutto, che è consigliere comunale da vent’anni, e con suo figlio Saverio, cui promette il ruolo di suo assistente parlamentare, in caso di elezione. Entra in contatto anche con un imprenditore particolarmente eclettico, Antonio Gallo, detto “il principino”, uno di quelli che conoscono un po’ tutti, che si danno da fare per tutti, tanto che nelle intercettazioni si dice di lui che è “generoso”.

Si combina un incontro con l’europarlamentare Lorenzo Cesa, allora come oggi segretario dell’Udc, e il 7 luglio 2017 i quattro (Talarico, i Brutto padre e figlio e l’imprenditore) partono per Roma. Del pranzo, delle conversazioni, di eventuali impegni, ci sono solo deduzioni, nessuna captazione. Ma dovrebbe essere abbastanza chiara l’inutilità di quell’incontro, se tre mesi dopo (l’intercettazione ambientale è del 25 ottobre dello stesso anno) Tommaso Brutto dirà quella frase e se, in un’altra captazione, quando siamo ormai al gennaio del 2018 a Reggio Calabria, lo stesso Gallo si mostrerà solo interessato a un incarico in qualche organismo di vigilanza da 7-8-9000 euro all’anno. Che non gli arriverà.

Che cosa c’entra dunque Lorenzo Cesa, perquisito e indagato per associazione per delinquere con l’aggravante mafiosa, in un’inchiesta (modestissima) dal nome “Basso profilo”, che ha portato in carcere 13 persone, ne ha messo ai domiciliari altri 35, ma ha impegnato nel rastrellamento oltre trecento uomini delle forze dell’ordine con l’impiego di elicotteri? La presenza del suo nome nelle 422 pagine dell’ordinanza del gip Alfredo Ferraro, pare destinata soprattutto a catturare i titoli di giornale. Ma è sicuro al cento per cento che ne uscirà completamente scagionato. Quando? Intanto si è già dimesso dalla segreteria dell’Udc recitando la consueta giaculatoria del “ho piena fiducia nella magistratura”, cosa che gli è stata rimproverata (ci associamo) dal solo Gianfranco Rotondi, uno di quelli che ne hanno visto tante e si sono irrobustiti la spina dorsale. E poi, soprattutto in un momento così delicato per la vita politica, supponiamo che Cesa d’ora in avanti dovrà passare le giornate più in compagnia dei suoi legali che degli amici di partito. La vita ti cambia, quando hai sul collo il fiato di un magistrato. E ha poca importanza il fatto che tu sappia di essere estraneo alle accuse che ti vengono contestate. Anche perché la gran parte degli amici, credendo di aiutarti, comincia a dirti che saprai dimostrare la tua innocenza. Come se non spettasse al titolare dell’accusa, si chiami Gratteri o Rossi o Bianchi, dimostrare con qualche supporto la validità della sua ipotesi.

Ma non è abitudine indagare, e spesso anche arrestare, portando prove a supporto dell’ipotesi accusatoria. Spesso neanche da parte del giudice per le indagini preliminari. Ormai in tanti, e anche il dottor Alfredo Ferraro che ha scritto l’ordinanza di ieri, invocano una sentenza della cassazione che li autorizza a copiare pedissequamente le richieste del Pm, per giustificare la propria mancanza di “creatività”, cioè di presa di distanza dall’accusa, in questo caso dalle richieste del procuratore Gratteri. Il quale, come suo solito, contrabbanda il Mini per Maxi. Sguinzaglia centinaia di uomini dall’Aspromonte alla Sila fino alle terre di mezzo a caccia di pastori, poi dice: ”L’indagine di questa mattina è la sintesi di quello che diciamo ormai da decenni: la ‘ndrangheta spara meno però corrompe e ha sempre più rapporti nel mondo dell’imprenditoria e nel mondo della politica”. Che è un po’ come rimpiangere il fatto che non ci sia più la mafia di una volta. O che la mafia in realtà non è più mafia. Ci sono affari o corruzioni che vengono, spesso arbitrariamente, definiti “mafia” ma che sono altro. Come è capitato a Roma, con l’abbaglio di “Mafia Capitale”.

La retata di ieri infatti si chiama “Basso profilo”, a indicare che ci troviamo di fronte a capi-mafia che agiscono come registi occulti, che dirigono i lavori (illegali) senza mostrarsi ma poi raccolgono i frutti. Il leader indiscusso di questo comportamento sarebbe Antonio Gallo, il “principino”, uno che non è inserito nell’organizzazione di alcuna ‘ndrina, ma ha rapporti un po’ con i capi di tutte quelle conosciute in Calabria. Il che, sostiene il procuratore Gratteri e il gip (autorizzato dalla cassazione) concorda, lo qualifica non come un mero aderente alle cosche, ma come un vero promotore. Infatti Gallo conosce tutti i capi, interloquisce, “alimenta le bacinelle delle cosche”, è un imprenditore intoccabile, recluta prestanome, appiana contrasti, fa regali, invita al proprio matrimonio, si preoccupa per la indagini della Dda. Facile lavoro per il suo legale contestare questa interpretazione del suo ruolo, se non fossimo nella Calabria del dottor Gratteri.
Ammesso che l’avvocato di Gallo riesca a parlare con il suo assistito in carcere. Visto che è stato proibito a tutti gli indagati di conferire con i legali per cinque giorni. Tutti si stanno domandando il perché. La speranza di metterli l’uno contro l’altro? Di costruire un “pentito”, che magari ricordi a modo suo il tenore di quella conversazione al ristorante di Roma cui partecipò anche Lorenzo Cesa?

Certo che l’operazione di ieri ha dato anche una piccola boccata d’ossigeno al processo “Rinascita Scott” in corso nell’aula bunker di Lametia, dove sono stati riunificati tre diversi tronconi d’inchiesta e dove il procuratore Gratteri ha riversato tra le carte dell’accusa la deposizione del “pentitoCannatà, che ha svelato come strategia difensiva di diversi imputati il fatto di scegliere il rito ordinario (in molti hanno optato per l’abbreviato) contando sulla scadenza dei termini della carcerazione preventiva. Il procuratore Gratteri ha quindi voluto mettere a verbale la necessità di correre, correre, correre per evitarlo. Ora, poiché il reato non si celebra in corte d’assise e non ci sono imputati accusati di fatti di sangue (del resto ormai la ‘ndrangheta non spara più, giusto?), il suo timore parrebbe fondato. Ma non è vero, dicono gli avvocati, stiamo parlando di scadenze a tre anni. E allora, qual è il problema? Tenere sempre alta la tensione? E ogni tanto, quando l’attenzione di ammoscia, risollevarla con una nuova operazione? Però Mini, non Maxi. Il Maxi era solo quello di Falcone. Grrr

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.