Lei stia zitta, adesso finisco di parlare io. Violenta aggressione del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri nei confronti della presidente del tribunale Tiziana Macrì ieri mattina nell’aula-bunker di Lamezia Terme dove è iniziato il processo “Rinascita Scott”. Il magistrato che ama chiamarsi “il Falcone di Calabria” è furibondo perché la giudice, da tutti descritta come severa e integerrima, ma anche molto autonoma, non è scattata sull’attenti alla sua richiesta di astenersi dal presiedere il tribunale di questo processo fin dal 9 novembre.

Secondo il dottor Gratteri la presidente Macrì non avrebbe neppure dovuto attendere la decisione al riguardo della corte d’appello. Avrebbe dovuto dire “signorsì” a Sua Maestà, come purtroppo e troppo spesso fanno altri suoi colleghi, tanto che si leggono provvedimenti di giudici che sono la fotocopia della richiesta della procura. In ogni caso la presidente del tribunale ieri mattina ha dichiarato la propria astensione, dopo che la corte d’appello di Catanzaro aveva accolto (con entusiasmo, viste le argomentazioni identiche a quelle della Dda) la proposta di ricusazione.

Ma sono passati due mesi e nel frattempo il procuratore fremeva, scalpitava, aveva fretta, e ha portato in aula tutto il suo nervosismo, senza alcun timore di apparire scorretto, tanto è abituato agli inchini di (quasi) tutti. Ma ieri ha veramente tracimato, non solo perché ha quasi portato alle lacrime una giudice con reputazione da dura, ma anche per qualche insinuazione che dovrebbe essere portata al vaglio del Csm. In sintesi, nel rimproverare la presidente Macrì di avergli fatto perdere del tempo non assecondandolo e non obbedendo alla sua (discutibilissima) richiesta di ricusazione, ha alluso al favore che “oggettivamente” questo ritardo avrebbe fatto alla ‘ndrangheta. Pare infatti – così avrebbe detto un pentito -, che ci sia stato un vertice, in questo periodo, in cui i capibastone avrebbero dato indicazione agli imputati di scegliere il rito ordinario (91 hanno già scelto l’abbreviato, quello che si svolge solo davanti al gup) per arrivare alla prescrizione dei reati.

La giudice Macrì, per aver deciso di attenersi come sempre alle regole, avrebbe “oggettivamente” favorito la ‘ndrangheta? Un’accusa gravissima, di cui il procuratore Gratteri dovrebbe rendere conto all’organo di autogoverno dei magistrati, al Csm. Certo è che questa presidente non deve proprio essergli simpatica, probabilmente perché è molto autonoma. Anche rigorosa e riservata. Tanto che ieri ha vietato le riprese televisive del processo, fatto su cui hanno protestato i sindacati dei giornalisti. Questione spinosa, quando la necessità di salvaguardare la libertà di stampa e la pubblicità del processo può cozzare con la necessità di evitare che le aule di tribunale diventino baracconi delle vanità ed esibizione degli imputati come trofei, come animali da circo.

Del resto il circo è già in piedi: 325 imputati, 600 avvocati, 224 parti offese (secondo la dda, perché in realtà si è costituita parte civile solo una trentina di loro) in una struttura di 3.300 metri quadri, lunga 103 metri. Tutta questa scenografia per un processo che tra l’altro non si celebra neppure in corte d’assise, visto che i tredici imputati di omicidio saranno giudicati a parte e altrove il prossimo 30 gennaio. Nulla a che vedere la giornata di ieri, dunque, con quella del 1986 in cui cominciò davanti a una giuria popolare il processo agli uomini di Cosa Nostra a Palermo. Deve essere anche per questo che il procuratore Gratteri, che anche ieri non si è sottratto, nonostante la sua proverbiale riluttanza, alle telecamere, sia pure all’esterno dell’aula, ha ribadito che ormai la mafia non spara più, ormai agisce più dentro le istituzioni che in montagna tra i pastori.

Sarà anche vero, ma se si costruisce un’inchiesta che ha come collante solo la contestazione del reato di associazione mafiosa, bisogna anche essere in grado di dimostrare che il personaggio istituzionale che si vuole portare a processo sia soggettivamente consapevole, nella sua attività, di aver avuto a che fare con uomini d’onore. Fino a oggi al procuratore Gratteri e alla Dda in Calabria è andata malissimo. Tra derubricazioni, scarcerazioni e assoluzioni, ben poco è rimasto nel loro carniere, a parte la presenza nel processo di qualche avvocato come Francesco Stilo, che ieri i medici hanno consigliato di lasciare l’aula e andare a casa, viste le sue precarie condizioni di salute, che dieci mesi di carcere non hanno certo migliorato. Ma c’è un’altra questione procedurale che attende il procuratore Gratteri. Ci sono quattro imputati, di quelli della famosa “zona grigia” senza la quale tutto il teorema rischia di saltare, che si sono sottratti al processone e hanno chiesto il rito immediato. Cioè quello che consente, saltando la fase dell’udienza preliminare, di esser processati subito. “Immediato” vuol dire questo. E vuol significare anche la volontà di esser processati a parte, di non finire nel calderone di un maxiprocesso eterno nei tempi e ambiguo nella massa dei protagonisti. Al procuratore questa scelta non è piaciuta per niente.

L’avvocato Giancarlo Pittelli, l’imprenditore Mario Lo Riggio, l’ex sindaco di Nicotera Salvatore Rizzo e l’avvocato Giulio Calabretta dovrebbero andare a giudizio in modi e tempi separati, anzi è già tardi, visto che la loro richiesta risale a qualche mese fa. La procura invece vuole la riunificazione con il maxi, e le ragioni sono chiarissime: può mai la zona grigia discostarsi da quella nera senza far crollare il teorema? Ma come la mettiamo con la necessità dell’immediatezza, che in un processo a parte e con solo quattro imputati sarebbe molto più veloce?

Nell’udienza del 9 novembre scorso lo stesso tribunale presieduto dalla dottoressa Macrì ha deliberato per la fusione tra i due tronconi. La difesa con gli avvocati Stajano e Contestabile ha fatto ricorso su cui deciderà la corte di cassazione il prossimo 22 febbraio. Ma ci sarà anche un’altra decisione della suprema corte, perché i legali hanno impugnato anche la decisione della corte d’appello di Catanzaro sulla ricusazione del presidente Macrì. Insieme a lei ieri si sono astenute anche le due giudici laterali Brigida Cavasina e Gilda Romano, che avevano emesso qualche provvedimento nei confronti di indagati in qualcuno dei mille tentacoli del “Rinascita Scott”. Si attende ora la formazione del nuovo collegio per la prossima udienza del 19 gennaio.
Poteva infine mancare, nel grande circo mediatico del processo la presenza, unica nel panorama politico, dell’onorevole Nicola Morra? Il presidente della Commissione bicamerale antimafia, dimentico del suo ruolo e senza pudore si è presentato con deferenza davanti al procuratore, poi ha dichiarato che con questo processo “si farà la Storia”. Con la S maiuscola. Ha già emesso la sentenza. A proposito della divisione dei poteri.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.