Protestano i difensori e anche gli avvocati di parte civile, a partire dal Presidente dell’Ordine di Vibo Valentia, e sono centinaia. Chiedono la sospensione dell’udienza per motivi sanitari. Brandiscono, più che il codice, un’ordinanza della Regione Lazio in materia della prevenzione anti-Covid. Il procuratore Nicola Gratteri fa lo spiritoso. E quando l’avvocato Armando Veneto protesta perché non ha neppure la possibilità di bere un goccio d’acqua, proprio lui, che evidentemente è più rifornito, si alza e gliene porta un bicchiere. Benvenuti al maxiprocesso della ‘ndrangheta.

La prima puntata della scenografia non pare proprio riuscita. Appuntamento delle grandi occasioni, sirene, lampeggianti, tanta gente e soprattutto tante telecamere. Ecco a noi il reuccio di Calabria, il procuratore Nicola Gratteri: «In questo processo c’è un’altissima percentuale di quella che convenzionalmente viene definita zona grigia, colletti bianchi. Ci sono molti professionisti, molti uomini dello Stato infedeli che hanno consentito anche a questa mafia di pastori, con la forza della violenza e con i soldi della droga, di essere oggi mani e piedi nella pubblica amministrazione e nella gestione della cosa pubblica».

Dovrebbe essere il giorno del suo trionfo, anzi il primo di tanti giorni. Invece no. Perché l’aula bunker del carcere romano di Rebibbia scelta per la prima di dieci udienze davanti a un giudice che dovrà decidere se accogliere le richieste di rinvio a giudizio per 452 indagati (altri quattro, tra cui l’avvocato Pittelli, hanno scelto il rito immediato), non consente che siano rispettate le norme anti-Covid. Aria che non circola a causa della rottura dei condizionatori e impossibilità di mantenere il distanziamento tra le centinaia di avvocati presenti. Inoltre viene contestato, come era prevedibile, il fatto di celebrare la prima udienza preliminare, davanti al gup di Catanzaro Claudio Paris, nella città di Roma, lontano dal luogo del giudice naturale, cioè la Calabria, dove si attende la costruzione di un’aula bunker costruita apposta per Gratteri. Si può dire che oggi si celebra il fallimento dei maxiprocessi.

Per il procuratore Gratteri contano molto i numeri. Forse ha letto Marx (o ne ha sentito parlare) e pensa che la quantità a un certo punto diventerà qualità. Cioè, che se lui riesce a farne arrestare tanti, o quanto meno a portarne tanti a giudizio, il suo processo sarà più importante. Per questo, dopo che il suo Rinascita-Scott con 334 ordini di cattura richiesti dopo il blitz del 19 dicembre 2019, era stato decimato dal gip, poi dal tribunale del riesame e infine dalla Cassazione, fino a vedersene sottratti 203, lui aveva provveduto con una seconda operazione. Il nuovo nome è ”Imponimento”, con nuovi 158 indagati, di cui 75 messi subito in manette.

Ma i numeri vengono giocati anche sulla risonanza. Già il fatto che ieri mattina ci siano volute circa tre ore solo per dare lettura ai nomi degli indagati, che siano stati individuati dall’accusa 224 possibili soggetti offesi, cittadini che avrebbero subito estorsioni o minacce, e poi Comuni del Vibonese, la stessa Regione Calabria e addirittura il Ministero di giustizia, tutto pare convergere su un solo concetto, maxi. Cioè concretizzare il sogno di Nicola Gratteri: uguagliare, o forse superare, il maxiprocesso di Palermo, e poi diventare il Falcone di Calabria. Cosa non facile, visto che gli imputati di Falcone si chiamavano Riina e Provenzano, che erano, tra l’altro, quasi tutti ancora latitanti. Ed erano tempi delle guerre di mafia, con decine e decine di morti uccisi sul selciato. Il blitz di Rinascita-Scott invece è andato a colpire una serie di famiglie di narcotrafficanti del Vibonese. Persone note, ma non di altissimo calibro. Ecco perché il procuratore di Catanzaro insiste tanto sulla presenza dei “colletti bianchi” e di qualche politico nell’inchiesta. “La pietra angolare nella conoscenza della ‘ndrangheta e di questa nuova frontiera del crimine di matrice calabrese che si serve dei colletti bianchi per gestire il potere” ha esordito ieri entrando nell’aula.

Ma con i politici finora gli è andata maluccio. La scorsa estate la Cassazione ha infatti scarcerato dopo otto mesi l’ex sindaco di Pizzo e presidente di Anci in Calabria, Gianluca Callipo. E dopo che l’inchiesta del procuratore aveva ricevuto un vero schiaffo, sempre dalla Cassazione, che aveva bollato le sue indagini nei confronti dell’ex presidente della Regione e importante esponente del Pd Mario Oliverio come sospette di “mancanza di gravità indiziaria” e con “grave pregiudizio accusatorio”. Modesto poi il tentativo, con l’inchiesta “Imponimento” , di coinvolgere un senatore, nominato ma non indagato, e un altro personaggio, fuori dal mondo politico da sette anni, per vecchie campagne elettorali. Non resta dunque che riuscire a mettere un po’ di piombo sulle ali di qualche avvocato, come Giancarlo Pittelli e Francesco Stilo.