Il processo non c’è. Ma lui vuole l’aula-bunker, la vuole grande, la vuole a Catanzaro. Il procuratore Nicola Gratteri si sta agitando perché non trova in Calabria gli spazi per la celebrazione del maxiprocesso del secolo, quello che lo renderà più famoso di Giovanni Falcone. Peccato però che il processo non ci sia. Non c’è ancora la decisione del gup e neanche le sue richieste, ma solo un avviso di chiusura delle indagini. Senza contare gli indagati che potrebbero chiedere il rito abbreviato, quindi non in aula. Ma lui: saremo in più di seicento in quell’aula, lamenta, con quasi cinquecento imputati. Imputati? Ma quali imputati? Per ora ci sono solo indagati. Teoricamente, nell’udienza preliminare, il giudice potrebbe anche non rinviare a giudizio nessuno.

Proprio nei giorni scorsi il tribunale del riesame di Catanzaro ha demolito un altro importante pezzettino del famoso trenino di lego con cui il dottor Gratteri vuole ricostruire la Calabria dopo averla demolita con le sue inchieste. Sono stati infatti scarcerati i soci di un’impresa che gestiva tavole calde, la Dafne srl, cui era stato contestato il reato di «intestazione fittizia aggravata dal metodo mafioso». La condotta di coloro che erano finiti in manette è definita nel provvedimento del tribunale «integerrima e legittima». Abbattuti e ricostruiti. Purtroppo per il procuratore, di demolito finora ci sono solo i suoi scenografici blitz e le sue indagini approssimative. Se la memoria non ci inganna, dei 125 arrestati nell’inchiesta “Marine”, quella con cui l’intrepido avrebbe sgominato la mafia di Platì, solo 8 furono alla fine i condannati. Per non parlare del processo “Circolo formato”, dopo che era stata incarcerata l’intera classe politica di Gioiosa Jonica e la città commissariata, in cui gli imputati furono tutti assolti. E vogliamo parlare dell’operazione “Metropolis”, quella che avrebbe distrutto la ‘ndrangheta della Locride, e che si concluse con 3 condannati delle decine di persone che erano finite in carcere?

Con questo pedigree alle spalle, il procuratore Gratteri si è lanciato nel dicembre del 2019 nel blitz del secolo, quello definitivo che dovrebbe portarlo infine alla realizzazione del sogno di equiparare (o forse sorpassare, non si sa mai) la fama di Giovanni Falcone: il maxiprocesso in Calabria. I numeri sono imponenti, all’inizio: 416 indagati, di cui 334 arrestati, 13.500 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare (di cui 250 pagine solo per elencare i capi di imputazione), con 5 milioni di fotocopie dell’ordinanza trasportate nella notte da un ufficio all’altro.
Qualcosa di epocale. Anche se, come lui lamenterà, la notizia non resterà sulle prime pagine dei giornali che per pochi giorni. Ma già nel mese di gennaio 68 arrestati saranno scarcerati e molte imputazioni ridimensionate, come quella dell’avvocato Giancarlo Pittelli, non più indiziato di essere a tutti gli effetti un mafioso, ma solo uno da “concorso esterno”. La solita aria fritta, cioè. Ma il procuratore si prende molto sul serio. E molto sul serio deve averlo preso anche il presidente della Corte d’Appello di Catanzaro il quale, fin dall’anno scorso avrebbe scritto – lo dice lo stesso Gratteri – al ministro Bonafede per lamentare l’assenza di aule-bunker in Calabria.

Sembra quasi, a sentire queste notizie, che questi alti magistrati non conoscano l’esistenza del codice di procedura penale del 1989, i cui principi sono totalmente incompatibili con il concetto di maxiprocesso. Quello famoso sulla mafia istruito da Falcone era stato il frutto di indagini condotte con il sistema inquisitorio, quindi con criteri opposti al sistema anglosassone cui, sia pur timidamente, si ispira il nostro regime accusatorio, che prevede la prova si formi in aula. L’antitesi dei reati associativi, che legano gli imputati tra loro e portano poi all’impossibilità, per tribunali e corti d’assise, di giudicare con cognizione di causa ogni singolo imputato, rispettando il principio costituzionale per cui “la responsabilità penale è personale”. Comunque pare che il ministero abbia inutilmente offerto a Gratteri e ai suoi estimatori l’aula di Rebibbia, che è stata sdegnosamente rifiutata. La parola d’ordine è: il maxiprocesso alla ‘ndrangheta deve restare in Calabria. Ma esiste un maxiprocesso? O meglio: esiste un processo?