Impassibile come un Andreotti, bocca serrata, sguardo fisso. “Io Palamara? Ma ce ne sono mille di Palamara”. Non mille magistrati corrotti (non lo è neanche lui, crediamo), ma mille uomini politici che indossano la toga. Che sono costituiti nel Partito più tradizionale e più potente che esista, quello con le sue correnti, l’ala sinistra e le destra, e il centro che si esercita nella politica dei due forni. Di cui lui è il campione assoluto, regista e attore, direttore d’orchestra di attenta polifonia. Davanti alla porta del suo ufficio c’è sempre la coda di magistrati che senza rossore indossano la veste dei clientes che impetrano un posto al sole. E lui decide, spostandosi un po’ a destra un po’ a sinistra. Sempre con il manuale Cencelli tra le mani.

Davanti a un Giletti poco incalzante, eccolo qui finalmente l’ex capo del sindacato delle toghe, il potente membro del Csm che distribuiva promozioni, quello che risolveva problemi, a rilasciare la sua prima intervista a Non è l’arena. Non indossa la toga, quella gliela hanno tolta con la sospensione, ma dice che l’ha nel cuore. Porta sulle spalle 60.000 pagine di intercettazioni e chat che costituiscono Magistratopoli e Giornalistopoli. Ma di questa seconda non si parla mai. Il che la dice lunga sul potere in Italia. Ormai sembra quasi che si abbia meno paura delle manette che dello sputtanamento. E che ormai Travaglio sia diventato il capo di Davigo. Palamara ha un altro modo di procedere. È un politico d’un tempo – banale definirlo democristiano -, di quelli che non si arrabbiano ma tengono il punto.

E ti spiegano, con pazienza. Neppure per un attimo accetta di esser definito “il male assoluto”, ma scivola via come un’anguilla quando gli si porge l’ipotesi che la sua incriminazione per corruzione a Perugia possa “far comodo a qualcuno”. Dice e non dice, soppesa le sillabe. Se manda messaggi sono decisamente obliqui. E “innocenti”.
Non è infatti indispensabile cogliere un retropensiero malizioso, quando Luca Palamara rivendica a sé (e sarà quasi l’unica volta in cui farà dei nomi) il merito della promozione a Procuratori capo di magistrati famosi, come Francesco Greco a Milano e Nicola Gratteri a Catanzaro, “il meglio degli inquirenti in Italia”. Certo, il meglio, e sarebbe convincente, se subito dopo non desse particolareggiate spiegazioni sulla procedura adottata per arrivare a quel risultato che avrebbe prodotto “il meglio”. Non una parola che attinga al curriculum o alle esperienze sul campo dei concorrenti, ma ancora la fredda chirurgia del manuale spartitorio.

Quel che colpisce di questo magistrato, che è difficile ritenere un corrotto (del resto la stessa procura di Perugia ha già lasciato cadere le accuse più pesanti, i 40.000 euro e l’anello prezioso) ma piuttosto un maneggione, è il tono di normalità con cui ci racconta il partito dei Pubblici ministeri. Il partito esiste, spiega, e anche le sue correnti. Le procure sono luoghi di potere, tutti i magistrati ambiscono ad andarci, butta lì. Ma pensa un po’, viene da dirgli. Ma ci andranno i più bravi, speriamo. Ci delude subito: il sistema premia le correnti. Un sospiro, poi: «Io oggi non voglio dire più bugie». Ma forse non le ha mai dette, le bugie. Che bisogno ne aveva, del resto? Era più potente di un ministro, sia al vertice del sindacato che nel vero luogo del potere, il Csm. E quella stanza numero 42, dove si decidevano le nomine, cioè la carriera dei più ambiziosi attraverso cordate, spartizioni, pugnalate e sgambetti, aveva l’incanto di un Palazzo Chigi.

GUARDA IL VIDEO DI PALAMARA DA GILETTI —>>> https://bit.ly/3dr0lpT

E lui stava lì. Che ci potevo fare, domanda e si domanda, se c’erano tante domande per un solo posto, e l’appoggio di un consigliere poteva fare la differenza? Tutti stazionavano, anche a lungo, davanti agli uffici. Vogliamo un po’ moralizzare (cosa che non ha fatto Giletti), davanti a conferme così sconcertanti? Ma tutti questi magistrati avevano di più la testa sul loro lavoro o sulla propria carriera? E ancora: uno come il ministro Bonafede, che insieme ai suoi compari voleva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, ha mai pensato di programmare analoga operazione sul Csm e sul Partito dei Pm?

A se stesso Palamara non attribuisce particolari errori, anzi rivendica: c’era un carrierismo sfrenato, e il Consiglio superiore della magistratura ha fatto circa mille nomine, quando c’ero io. Possibile che debba pagare solo io? Se ci sono state sottovalutazioni, dice ancora, io sono stato colpevole di non aver capito che ero indagato, ero come l’oncologo che si ritrova ad avere il cancro. Per il resto tutto normale, normale che il pm Di Matteo non sia stato in un primo momento collocato alla Dda nel 2016 (poi entrerà l’anno dopo) perché si ritenne che altri profili fossero più adatti. Non spiega se l’attuale membro del Csm (che viene considerato poco suo amico) sia stato bocciato per scarsi meriti o per militanza nella corrente sbagliata.

Un po’ stridente con la veste del bravo mediatore sempre diplomatico che Palamara si è dato durante tutta l’intervista, è la parentesi su Milano. Quasi un sassolino da togliere dalla scarpa. A quanto pare Francesco Greco non sarebbe stato promosso al vertice della procura perché era il più bravo. Ma solo perché, davanti a tre candidature importanti, il Csm si era spaccato, non si trovava l’accordo, e Palamara aveva fatto il Palamara, cioè l’abile anguilla che sa infilarsi al centro e tirar fuori il coniglio dal cilindro. Ilda Boccassini era sostenuta dalla corrente di sinistra Area, Alberto Nobili aveva il favore dell’area moderata di Magistratura indipendente, così, grazie alla corrente centrista Unicost, che diventerà l’ago della bilancia, il successore di Bruti Liberati fu Francesco Greco. Cui saranno fischiate le orecchie e magari qualche boccone sarà andato di traverso. Un altro baciato dal rospo. Pare siano 84, distribuiti ai vertici della magistratura di tutta Italia. Con il metodo dei mille Palamara.