In magistratura chi non appartiene ad alcuna corrente è tagliato fuori da tutto, rimane senza incarichi e senza protezione anche in caso di procedimenti disciplinari. Sembra di ascoltare un pentito di mafia, che ricorda quali siano i poteri gestiti dalla propria cupola ai suoi accoliti, precisando che il mancato rispetto di alcune logiche comporta l’isolamento, ma in realtà a parlare è un magistrato, uno di quelli che in Italia, negli ultimi anni, ha deciso carriere e figure apicali del potere giudiziario e non solo, parliamo di Luca Palamara (già membro togato del CSM nel 2014), intervistato da Giletti nella solita conduzione della Tv trash a cui oramai partecipano magistrati e ministri dello Stato, con la stessa assenza di freni inibitori degli ospiti delle ben note trasmissioni di Mediaset come “Uomini e donne” di Maria De Filippi.

Pezzi di Stato che si ridicolizzano da soli con nonchalance, senza rendersi conto che rappresentano il sistema giustizia ed il suo funzionamento. Le parole di Palamara hanno messo a nudo la magistratura, banalizzando e ridimensionando tutti coloro che oggi ricoprono posizioni di vertice, sol perché appartenenti ad una corrente, anziché ad un’altra. Questo è il sistema “Palamara”, in realtà è il sistema del c.d. “carrierismo” e/o “correntismo” del potere giudiziario, che (s)travolge tutto, tanto da condizionare il contenuto delle Leggi o l’adozione di una riforma (basti pensare che abbiamo un ministro della Giustizia Bonafede che si comporta come un sostanziale uditore del Davigo pensiero).

Lo dice Palamara “la politica delega ampi settori alla magistratura”. Come dire che il potere giudiziario si sostituisce agli altri poteri dello Stato, fino a controllarli per dominarli, attraverso le inchieste e/o le omissioni. Tutto questo fa rabbrividire. E’ un quadro allarmante quello che ne esce fuori dalle parole del(l’ex) magistrato, che fa ben comprendere la sete di potere di quella parte della magistratura che pensa più alla carriera, che al proprio lavoro e, quindi alla necessità di organizzarsi a sistema attraverso le “correnti” (definite “scorciatoie”), unico strumento per poter raggiungere il potere e le posizioni dove si decide vita e carriera di chiunque.

Un sistema che si autoalimenta, in un circolo vizioso e, che trova il suo culmine nel diverso approccio che un magistrato ha quando dinnanzi a sé ha un imputato che oltre ad essere tale è anche un collega, come Luca Palamara, il quale nonostante la manifesta capacità di condizionamento ambientale e la proclività alla “mediazione” per favorire amici e associati per il c.d. carrierismo, rimane in libertà. Ma non è l’unico esempio, basti pensare che ci sono magistrati che vengono mandati dal carcere al convento (nonostante il tentativo di inquinamento delle prove ed una precedente carcerazione), sol perché fulminati lungo il cammino di Santiago, scoprendo così un forte desiderio di fede, tanto da non poter rimanere tra le fredde mura di un carcere.

Ma Palamara si definisce eufemisticamente un “mediatore” delle istanze dei consociati, perché l’interesse per la carriera ha alterato ogni equilibrio ed interesse e, lui era l’unico che poteva mettere d’accordo tutti (sistemando tutti…), lo dice con quel suo sorriso… che gli costò qualche appellativo da parte del Picconatore (Cossiga).

Ma questo delirio di onnipotenza, espresso da Palamara, è una componente assai diffusa in magistratura (lo conferma l’ex Presidente di Anm), dove la sete di potere ed il desiderio di esercitarlo hanno trovato conferma nella ben nota “chat” tra magistrati diffuse dagli organi di stampa, che denotano un fenomeno assai preoccupante : la magistratura è un potere politicamente orientato e può condizionare le sorti (o la vita) di chiunque, specie nelle inchieste più importanti ed in particolare quelli che coinvolgono politici e magistrati.

E’ questo il messaggio più pericoloso e preoccupante del “racconto” di Palamara e, che deve turbare il libero cittadino. La politica è molto vicina ad una parte della magistratura, ed una parte della magistratura è molto vicina ad una parte della politica. In questa osmosi entrambe esaltano il do ut des e, si spalleggiano, in particolare, quando devono spartirsi incarichi e potere, questo è quello che conta. Ma il Palamara pensiero dimostra che esiste la “raccomandazione” per “perorare la causa e/o l’interesse del collega associato alla medesima corrente…”, poiché senza contatti si è penalizzati o discriminati, anche nella cattiva sorte.

Non credo ci sarà un bagno di sangue (come ha affermato qualche magistrato “buono”), perché Palamara non farà altri nomi, se dovesse farne la maggior parte di quei magistrati che hanno avuto bende e prebende rischierebbe il posto e, magari anche qualche procedimento penale. Alla fine tutti si metteranno d’accordo perché nessuno si dovrà far male, poiché i beneficiari del “Sistema Palamara” sono tanti e, quindi è meglio tacere. Del resto, l’ex magistrato afferma, senza batter ciglio, che “quelli bravi, ma devono essere i migliori” soltanto eccezionalmente arrivano a ricoprire funzioni di vertice, “ma oggi non posso dire bugie, quindi posso dire che si deve appartenere ad una corrente per ottenere delle nomine”.

Ma lo stesso carrierismo sfrenato che ha “consentito” a Palamara di decidere (ndr: mediare…), negli anni d’oro, circa mille incarichi in favore dei fortunati “correntisti” (non di banca), si muove al pari della più becera politica, perché questa è la logica della spartizione dei poteri, ovvero il mercimonio degli incarichi.

Se questo non è un patto scellerato, poco ci manca. Per Palamara, in conclusione, il problema non è ciò che ha fatto (ipse dixit: va contestualizzato… a cosa non è dato di sapere), ma il trojan che hanno utilizzato per captare le sue conversazioni (e, che sono stati fortunati coloro che prima del trojan avevano parlato con lui)! E, pensare che mentre qualcuno accusava l’Avvocatura che invocava la separazione delle carriere, altri operavano per la spartizione degli incarichi e proponevano un processo cartolare senza avvocati e senza contraddittorio, dove a decidere le sorti degli imputati doveva essere unicamente il Giudice, nella speranza che non si trattasse di qualcuno di quelli diversamente orientati. Ma per fortuna che c’è anche una Magistratura sana, quella che lavora e, quella con cui è ancora possibile un confronto tra pari, perché indipendente e autonoma, perché esercita in nome del popolo italiano e, non per conto terzi…o per fini politici.

Resta inteso che la Magistratura deve occuparsi del solo potere giudiziario e non anche degli altri poteri, né deve condizionarli o tentare di gestirli, come è capitato di recente con le critiche mosse al Legislatore, anche sulla questione del processo da remoto e, non solo su questo. E’ impensabile che un componente importante del CSM possa affermare che non ci sia tempo di aspettare le sentenze definitive e, che la carcerazione preventiva sia l’unico sistema che possa garantire il “sistema”, ovviamente salvo che l’imputato non sia un magistrato, come Palamara (che sa tutto di tutti), poichè, in tal caso, il giustizialismo di Davigo non può trovare applicazione.

Con il dilagare dell’idea di una giustizia valida per gli altri ma mai per sé e, con il pericolo di interventi giudiziari orientati all’utilità per sé e per la propria cordata, dovremmo riflettere sul fatto che siamo tutti esposti, nessuno escluso, ad una mannaia giustizialista perché le regole non esistono più ed i principi possono essere sovvertiti, perché per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano (Giovanni Giolitti).

*Presidente Ordine Avvocati Catanzaro