«La prima regola del Fight club è non parlare del Fight club», è vero. Ma quando il cronista ne viene a conoscenza è suo dovere parlarne. E allora va raccontato che quel geniaccio incorreggibile di Claudio Velardi, con la fondazione Ottimisti e Razionali, virus o non virus, va avanti organizzando incontri digitali riservati. A porte chiuse ma a mente aperta. Ieri si è tenuto quello per ragionare di giustizia, con Maria Elena Boschi che ha interloquito per due ore con un riservato parterre de rois. C’era con lei Lucia Annibali, deputata di Italia Viva che rappresenta il partito in commissione Giustizia alla Camera; l’avvocato Claudio Botti; Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione Camere Penali; Alberto Cisterna, Presidente della XIII sezione civile del Tribunale di Roma; il deputato di Forza Italia Enrico Costa; Franco Debenedetti, ineffabile opinion maker del pensiero lib-lab e graffiante editorialista; Giuseppe Fornari, Founding partner di Fornari & Associati; Andrea Ketoff, direttore generale di Assomineraria; lo storico Paolo Macry; il magistrato Andrea Mirenda; Enrico Napoletano Founder di Napoletano, Ficco & Partners; il deputato azzurro Antonio Palmieri; il presidente di Asja, Agostino Re Rebaudengo; il parlamentare di Forza Italia e avvocato Francesco Paolo Sisto, il Senior Vice President del Government Affairs di Leonardo, Michelangelo Suigo; il componente della II Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, Pierantonio Zanettin; il presidente e Ad di Utopia, Giampiero Zurlo e infine il direttore de Il Riformista, Piero Sansonetti.

A questi protagonisti del dibattito, che hanno incrociato le loro voci, ha fatto da moderatore il padrone di casa, Velardi. Punto di partenza, una analisi condivisa del pietoso stato in cui versa il sistema giustizia in Italia, alla vigilia della mozione di sfiducia verso il ministro più contestato nella storia di via Arenula, Alfonso Bonafede. La sua poltrona traballa e sarebbe già venuta giù, dopo gli innumerevoli scandali dell’ultimo anno, se a Bonafede (che è capo delegazione Cinque Stelle nell’esecutivo) non fosse legato mani e piedi il premier Conte e l’intero governo. Ed ecco che “Giustizia da rifare” mette insieme, in una tavola rotonda virtuale e riservata, ottantatré partecipanti. «Il tema della giustizia è una delle principali emergenze nazionali. Cosa si può fare per cambiare?», chiede Velardi ai convenuti. Occorrerebbe una rivoluzione in termini di competenze, e un ritorno alla legalità vera, quella prevaricata da un sistema che prende forma nel corto circuito dei magistrati che intercettano altri magistrati, corrompendo l’un l’altro nel tentativo di addossare capi di imputazione inesistenti a vittime che diventano colpevoli per un giro di interessi privati. E con un verminaio-Anm in cui trame, promozioni, esclusioni e affari pecuniari si sovrappongono del tutto a quella che dovrebbe essere la professione impermeabile per antonomasia.

Un sistema tentacolare di potere, una piovra in stile Toga Nostra avvelena la giustizia e offende la Costituzione: proprio mentre l’incontro di “Giustizia da rifare” si riunisce, nell’anniversario della scomparsa di Enzo Tortora, pezzi di magistratura ne incarnano il titolo, in un profluvio di veleni sotterranei degni della penna di Sciascia. Il sistema giustizia non ha mai riscontrato tanta impopolarità nel Paese, con una gestione che tutti concordano essere fallimentare. Gian Domenico Caiazza si rivolge alla politica, ma fa qualche distinguo sul metodo della mozione di sfiducia individuale. «Non ho mai creduto nell’istituto della sfiducia personale, a meno che non sia accaduto un fatto gravissimo, eccezionale, che attenga a una condotta personale. Non riesco a capire nel caso di Bonafede come si possa distinguere tra le responsabilità del ministro e le responsabilità dell’intero governo. Non so come si possa distinguere nel giudizio l’operato del ministro da quello della maggioranza che lo sostiene. O discutiamo dell’intera politica in materia di giustizia del governo o non colgo il senso di discutere di Bonafede», dice il rappresentante degli avvocati.

«Le mozioni di sfiducia sono due, di segno opposto e contrastante – ricorda Caiazza – che partono da ragionamenti diversi e in larga parte incompatibili. A me sembra un pasticcio, una vicenda parlamentare alla quale guardiamo con indifferenza e perplessità». Entrando nel merito «la mozione della Bonino, che condivido in ogni singola virgola, mette sotto accusa la politica di due anni del ministro, a partire da quella del governo precedente, condivisa dalla Lega. Sulla base del ragionamento della Bonino si deve dimettere tutto il governo, non il ministro, e questo vale anche, per diverse e contrapposte ragioni, per quella di Lega e Fratelli d’Italia, le cui conseguenze – conclude – dovrebbero pure essere le dimissioni dell’intero governo». «La macchina della giustizia non ce la fa», introduce Napoletano. Ma siamo alla ripresa dopo il lockdown, e l’amministrazione giudiziaria non riparte. Gli uffici non sono sanificati, il personale non è pronto. Neppure quel minimo sindacale che si dava per scontato, alla prova della riapertura, è presente. Claudio Botti: «Il comparto giustizia è stato molto malamente gestito durante la crisi Covid, un disastro totale. Il populismo giudiziario ha portato all’asfissia di sistema. La riforma della prescrizione è un suicidio, con i processi che iniziano e che non finiranno mai più. Smaterializzare i fascicoli non significa smaterializzare il processo penale».

Francesco Paolo Sisto accusa il governo e il ministro Bonafede di «metodo di dolosa incompetenza. Diritto penale del consenso e non della ragione. La battaglia deve essere una battaglia di riappacificazione dei cittadini con la giustizia». Enrico Costa, responsabile del dipartimento giustizia di Forza Italia: «Il Decreto sulle intercettazioni ha modificato l’art. 114 del codice di procedura penale consentendo esplicitamente la pubblicizzazione del testo delle ordinanze di custodia cautelare», un assurdo. E poi affonda su Bonafede e su chi ne tenta una maldestra difesa, in maggioranza. «Il Pd è affetto dalla sindrome di Stoccolma verso chi da due anni ha messo sotto scacco il Parlamento con le sue norme giustizialiste. Un commovente sentimento di subordinazione politica nei confronti di Bonafede, che oggi i Dem esprimono attraverso una serie di minacce a coloro che in maggioranza fossero tentati di votare la sfiducia. Più il Guardasigilli li maltratta, più lo difendono. Tutte le posizioni sono legittime, ma almeno smettano di declamare i principi della giustizia liberale e del giusto processo».

Per Alberto Cisterna sussiste un problema procedurale inaffrontato, con la riforma del processo penale da rifare. «Abbiamo un processo interamente scritto e uno totalmente orale». Andrea Mirenda, magistrato, prova a tracciare l’identikit del giudice “davvero imparziale, terzo, indipendente”. E parla di una «questione morale immensa in magistratura, legata alla questione delle nomine». Piero Tony, il magistrato che ha dato alle stampe Io non posso tacere, contro la gogna giudiziaria e gli eccessi di certi colleghi, invoca una riforma di sistema complessiva. Pierantonio Zanettin parla della “necessaria managerialità dei dirigenti”, provando a distinguere tra magistrati capaci e incapaci ed indicando i modelli che funzionano.

Piero Sansonetti è netto: «C’è un attacco violentissimo in corso allo Stato di diritto. Bisognerà vedere chi vince e chi perde». In chiusura, è di nuovo la Boschi a prendere la parola per trarre la sintesi. «Bisogna scongiurare la possibile deriva verso il populismo: la durata irragionevole dei processi, l’invivibilità delle carceri, le misure populiste su prescrizione e intercettazioni ci dicono che è in gioco una grande battaglia di civiltà giuridica». Ma prima di salutare i convenuti, Boschi aggiunge: «Esiste un problema nella gestione del Ministero che è sotto gli occhi del mondo. Ma esiste anche una figura, quella del presidente del Consiglio, che è incaricato di armonizzare le posizioni e valorizzare anche la nostra posizione garantista». E proprio ieri nel tardo pomeriggio Boschi è entrata a Palazzo Chigi per incontrare Conte. Oggi in Senato la mozione che metterà in discussione Bonafede andrà in votazione a partire dalle 9.30. La discussione generale dovrebbe concludersi alle 11 e alle 11.05 è prevista la replica del ministro in diretta Rai. Quindi avranno luogo le dichiarazioni di voto, sempre in diretta Rai. Alla fine delle dichiarazioni di voto si svolgeranno le votazioni.