Si chiama Fulvio Baldi l’ultima vittima della guerra per bande scatenata dai giustizialisti. È una specie di guerra civile. Tutti, contro tutti, contro tutti, contro tutti: è una gara al titolo di manettaro dei manettari. Quelli di Di Matteo contro Bonafede, Bonafede contro Basentini, Basentini contro Travaglio, Travaglio contro Bonafede.

Poi ci sono anche le truppe di Ingroia, che picchiano duro, un po’ a caso, e infine c’è Davigo che ce l’ha coi suoi e coi nemici dei suoi. Gratteri per ora in panchina. In più ci si è messa Repubblica, che reclama un posto in squadra e scalpita chiedendo ogni giorno qualche arresto. Chi è Fulvio Baldi? Il suo nome non è notissimo, ma è un tipo assai importante. È, anzi era, il capo di gabinetto del ministero della Giustizia. Il capo di gabinetto è sempre una persona con molto potere, in questo caso molto più potere del solito perché il ministro, dichiaratamente, è uno che di giustizia ne sa veramente poco. E quindi tocca – toccava – soprattutto al dottor Baldi prendere le decisioni.

Baldi è un magistrato, è stato scelto da Bonafede e dunque tutto lascia immaginare che col giustizialismo si trovi bene. Non risulta che abbia mai consigliato a nessuno di andarci piano con le intercettazioni, perché spesso le intercettazioni non sono uno strumento di giustizia, e neanche di indagini, ma una mazza da usare con sapienza per abbattere i nemici e per realizzare manovre di palazzo. E però, come aveva sagacemente previsto Pietro Nenni tanti anni fa (magari qualcuno spieghi a Di Maio chi era Pietro Nenni…) i puri spesso finiscono epurati. Così anche Baldi è caduto proprio per colpa delle intercettazioni. Non che abbia fatto niente di male o che abbia violato le leggi. Solamente, a occhio, ha usato a proprio favore il potere delle correnti della magistratura. Per scoprirlo non servivano i trojan, bastava constatare che era diventato capo di gabinetto del ministro (cioè era diventato uno dei tanti magistrati a disposizione della politica). È ovvio che se uno finisce nel gabinetto del ministro vuol dire che ha saputo usare il potere delle correnti. Non servono indagini.

Il paradosso però sta lì: il giustizialista intercettato e fatto fuori dagli intercettatori e dai giustizialisti. È stato proprio Marco Travaglio, cioè il capo della galassia giustizialista, a far partire l’ordine di licenziamento. Pubblicando sul suo giornale le intercettazioni delle malefatte. La mattina stessa, cioè ieri, Bonafede ha chiamato Baldi e gli ha detto, sconsolato: “ amico mio, te ne devi andare. Ordini superiori”. Scaricando Baldi, Bonafede ha salvato la sedia? Forse sì, forse no. Travaglio lo tiene in sospeso da diverse settimane. Lo ha difeso dalle sciabolate di Di Matteo, pur senza mai polemizzare con Di Matteo. Ma l’ha difeso un po’ debolmente, come si difende un fante amico ma assai pasticcione. Non è detto che abbia né la voglia né la forza per salvarlo dalla bufera. Giovedì prossimo al Senato, si dovrebbe votare la mozione di sfiducia al ministro. Destra unita – per la sfiducia – Italia Viva incerta, 5 Stelle sbrindellati. Bonafede al momento è sicuro solo del Pd. Che non ha i voti sufficienti. Non è detto che giovedì sia ancora in carica. Potrebbe anche per lui arrivare, prima del voto, un ordine superiore di sfratto.

Dicono che tra i 5 Stelle stiano già cercando il successore. Ma non è facile trovare un nome “pacifico”, visto il clima di guerra civile che travolge il movimento. I Di Matteisti, non potendo aspirare allo stesso Di Matteo, premono per Morra. Il senatore Nicola Morra, quello che non teme confronti nella gara alle manette. Di fronte a lui pure Davigo sembra un liberale. Una volta Morra tuonò contro Salvini sostenendo che quando baciava il rosario stava mandando un messaggio alla ‘ndrangheta. Ora, diciamo pure che se uno se la prende con Salvini fa sempre un’opera buona… però, insomma, c’è un limite anche alla fantasia, no?

Difficile che Morra possa farcela. Ha tanti nemici. E forse per il Pd e per Italia Viva sarebbe uno schiaffo un po’ troppo rumoroso. Quel che è certo è che questa guerra interna nel pianeta manette difficilmente provocherà un indebolimento del pianeta. Probabilmente spingerà tutti su posizioni sempre più reazionarie, e lo stesso Travaglio dovrà stare attento ed inseguire, se non vuole perdere la leadership.

Ieri è tornato in pista perfino Antonio Ingroia, il vecchio Pm di Palermo che poi entrò in politica, a sinistra, senza successo. Ora è schierato a difesa strenua di Di Matteo, cioè del rappresentante della destra estrema al Csm. Ha paragonato Di Matteo a Borsellino, perché – dice – anche Borsellino fu trascinato in feroci polemiche per aver accusato il sistema politico di ostacolare la lotta alla mafia. Beh, tra Borsellino e Di Matteo qualche differenza c’è. Borsellino non aprì mai polemiche per chiedere per se stesso posti di potere. Non si sarebbe mai sognato di denunciare un ministro perché non gli aveva concesso, come regalia generosa, un posto ben pagato al Dap. Proprio no.

E poi – questo forse già lo sapete – Borsellino, insieme a Falcone, diede dei colpi mortali alla mafia. Scovò e processò tutto il gruppo dirigente. Fece guerra ai corleonesi, bastonando duro. Di Matteo che ha fatto? Di importante una cosa sola: mettere sotto accusa il generale Mori, cioè il braccio destro di Falcone e Borsellino, quello che ha catturato Riina e molti altri latitanti e che ha messo Cosa Nostra nel sacco. Capite: non c’entra molto con Borsellino…