E’ finita con un duello rusticano la battaglia del Dap. Si sono sfidati al ferro corto i due campioni del giustizialismo. Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia, campione di gaffe e fiero della qualifica di ministro più forcaiolo della storia della Repubblica. E Nino Di Matteo, pm molto politicizzato, con una storia di intuizioni giudiziarie assai poco felici e una storia di “dichiaratore” e personaggio mediatico assai più brillante. Di Matteo (che prima o poi, ne sono sicuro, finirà per dare del mafioso a se stesso) l’altra sera ha preso di petto il suo ministro e ha accusato anche lui di essere agli ordini dei boss, o almeno di averne subìto il ricatto, come aveva fatto giorni fa col tribunale di sorveglianza di Milano. L’imputazione esatta, credo, sia – al solito – concorso esterno in associazione mafiosa.

Di Matteo lo ha fatto dalla televisione di Giletti, che sul piano della politica istituzionale della Giustizia oggi è la sede più accreditata. Bonafede ha provato a reagire, telefonando disperato e giurando sul suo manettismo, ma non è stato creduto. Ora c’è il fronte giusti-giusti–giustizialista che chiede le sue dimissioni. Forse Travaglio lo difenderà. Speriamo. Cos’è la battaglia del Dap? Il Dap è il dipartimento che si occupa di governare il sistema delle carceri. Recentemente è stato messo sotto accusa perché ritenuto responsabile di aver liberato un paio di persone molto anziane, molto malate, e che avevano quasi del tutto scontato la loro pena.

Scarcerati sulla base di un articolo del codice penale scritto da Alfredo Rocco, giurista amato da Mussolini, nel 1930. Il Dap non è in realtà per niente responsabile delle scarcerazioni, ma il fronte del “buttate la chiave” (che ormai forse sta sfuggendo di mano anche al partito dei Pm) non ammette repliche. Fuori fuori fuori. La cosa che più preoccupa, forse , è proprio questa. Il partito dei Pm sta sfuggendo di mano anche al partito dei Pm. Le sue frange reazionarie più estremiste stanno stravincendo. Forse persino Travaglio ora ha paura…