Domani è il compleanno di Nino Di Matteo. E’ nato a Palermo il 26 aprile del 1961. Quell’anno Leonardo Sciascia compiva sessant’anni e pubblicava Il giorno della civetta, il romanzo che, sotto le vesti del poliziesco, svelò al mondo quel che lo Stato ancora nascondeva, l’esistenza della mafia. I compleanni, specie dopo una certa età, e a maggior ragione se le candeline poco riescono a illuminare il buio dei giorni difficili come quello dell’oggi infestato dal virus, sono spesso momento di riflessione. Il momento in cui si fa il punto della situazione. Del magistrato Di Matteo si dice sempre che era giovane, che era troppo giovane per potersi assumere responsabilità, per esempio sulla più grande falsificazione della storia, la costruzione a tavolino di un falso pentito di mafia, quel tal Scarantino, “convinto” alla calunnia da un carcere speciale dove si torturavano i detenuti.

Era sicuramente giovane quel 10 gennaio del 1987 (entrerà in magistratura nel 1991), quando sul Corriere della sera uscì l’articolo di Sciascia sui “professionisti”, coloro che, in politica come nella magistratura e nel giornalismo, si pavoneggiavano sul palcoscenico dell’antimafia di facciata. Era sicuramente troppo giovane per mettersi al riparo della tentazione di diventare “professionista” e anche “antimafia”. Quindi sarebbe stato al fianco di coloro che, punti sul vivo, prepararono il rogo allo scrittore di Racalmuto. Quelli come il sindaco Leoluca Orlando, per intenderci. Coloro che, con l’eroismo di chi sta sempre da un’altra parte quando c’è da combattere, si fregiano del titolo dell’”antimafia”, e questo loro basta. Certo, quel tipo di vanità non manca, al giovane Di Matteo, e neppure la parola pronta. Lo ha dimostrato in questi ultimi giorni, quando ha accusato lo Stato di «aver dimenticato e archiviato per sempre la stagione delle stragi e della trattativa Stato-mafia».

Una frase roboante e fuori proporzione rispetto al semplice fatto che una sua collega magistrato del tribunale di sorveglianza di Milano avesse disposto gli arresti domiciliari per un vecchio boss malato. Se il compleanno di domani sarà occasione per rivedere un po’ della sua vita, forse gli bruceranno le parole di Fiammetta Borsellino, figlia di un magistrato ucciso dalla mafia cui lui e i suoi colleghi non hanno saputo dare giustizia. Perché sarà anche stato giovane nel 1992 e nel 1993 e nel 1994, il dottor Di Matteo, ma il processo-farsa è andato avanti con la sua presenza fino al 2017, fino a quando non i giudici, ma un “pentito” di nome Spatuzza gli ha risolto il caso. Risolto per modo di dire, perché dopo la morte di Borsellino è stata buttata nel cestino l’inchiesta mafia-appalti, probabile movente dell’uccisione del magistrato. Su cui neppure lei, dottor Di Matteo, neanche nelle sue tante interviste, ha mai mostrato curiosità.

O forse ricorderà quando sognava di diventare ministro, intorno al 2018, e non escludeva di poter entrare in politica mentre in politica c’era già, con l’evanescenza delle sue dichiarazioni e la realtà di due fallimenti processuali. Non aver saputo contribuire, insieme ai suoi colleghi, a fare giustizia per Borsellino, e aver puntato tutte le sue fiches su quel processo Stato-mafia che si sta sgretolando un pezzetto per volta. Ogni tanto, mentre ripensa alla sua vita, vada a rileggere le 500 pagine della sua collega giudice Marzia Petruzzella, quella che prima ha assolto Calogero Mannino e che aveva liquidato tutta la vostra inchiesta come “fantasiosa storiografia” e ricerca accanita di inesistenti complotti. Complotti già archiviati nel 2001, nel 2002 e ancora nel 2003 e nel 2004.

E poi, di pensiero in pensiero, ne rivolga uno anche a Silvio Berlusconi che lei ritiene di poter calunniare ogni volta in cui rilascia un’intervista. Cioè continuamente. Lei crede veramente che Marcello Dell’Utri, condannato per un reato che non esiste nel codice, fosse “garante” per conto della mafia nei confronti di un presidente del consiglio vittima di un ricatto? Non può crederlo, eppure lo dice. Il suo mantra è sempre lo stesso. Nella sua visione da “professionista” c’è sempre il “cedimento dello Stato che subisce un ricatto”, oppure lo Stato che tratta con la mafia. Ma chi è “Lo Stato” nella sua fantasia? Lo Stato sono tutti gli altri. I colpevoli. Mentre lei non ha mai peccato. Così si ribaltano le responsabilità, quando nel 2018 si è convocati davanti al Csm e dopo le accuse della famiglia Borsellino, si può impunemente affermare che lei non c’era, che era giovane e che comunque i parenti della vittima sono stati “strumentalizzati”.

Così non si è fatto niente di male quando si parla a ruota libera e per 42 minuti in una trasmissione televisiva parlando di indagini in corso sulle stragi e rivelando qualche particolare di troppo. E quando il capo dell’Antimafia ti caccia per la caduta del rapporto di fiducia, tu puoi fare spallucce e riuscire, per un fortuito caso di dimissioni di colleghi e con l’aiuto dell’amico Davigo, a infilarti al Consiglio Superiore della magistratura. Ma anche da lì continuare a farsi “professionista”. E parlare. Anche contro il governo che cerca timidamente di sfollare un pochino le carceri per impedire le stragi da coronavirus. Forse è arrivato il momento di riflettere, dottor Di Matteo. Ministro non è diventato, e vista la triste situazione del Movimento cinque stelle, difficilmente lo diventerà.

Le sue interviste –ripetitive e noiose, diciamo la verità- ormai escono solo sul Fatto quotidiano. I maxiprocessi sono ormai nell’ombra. Non sarebbe ora di fare il semplice magistrato che non lotta, che non è “anti”, ma si limita a fare indagini in silenzio e a onorare la toga che indossa? Buon compleanno, Nino Di Matteo. E rilegga Sciascia, ogni tanto. C’è sempre da imparare.