Benché abbiamo passato anni insieme in Parlamento, quando leggo il suo nome penso sempre a quel giorno lontano in cui uscii dal suo ufficio di ministro in via Veneto, dove ero andato a intervistarlo per la prima volta con il proposito di metterlo in difficoltà perché era già sotto i riflettori. Alla fine, mise in difficoltà me perché ebbi la percezione diretta, umana, del fatto che avevo di fronte un galantuomo e so bene che questa non è una prova. Il mestiere di giornalista è (o almeno era) uno di quelli che possono mettere in crisi la tua buona fede, la tua coscienza, la lealtà. Calogero Mannino ha sempre avuto quel portamento di siciliano triste ma combattivo, forte eppure rassegnato a essere periodicamente portato in cortile, legato a un palo per veder schierarsi un plotone d’esecuzione.

Ricordo che quella prima volta tornai alla mia macchina parcheggiata in qualche divieto di sosta dietro una contravvenzione e mi dissi: ma questo è un uomo innocente. Lo dissi – ed era una valutazione interna umana e anche psicologica – anche davanti a Contrada. E al prefetto Mori. Tutte persone caricate di colpe terribili e disonorevoli con toni derisori e sprezzanti. Mannino è stato proclamato ancora una volta innocente e non so quante volte è già successo, del funesto carico di accuse comprese in un teorema ideologico e opaco: quello di una pretesa trattativa Stato-mafia.

Il lettore mi perdonerà se ancora una volta esprimerò una considerazione “opinionated”, come dicono gli inglesi: cioè schierata, perché sono sicuro che sia schierata dalla la parte giusta. Lo hanno accusato – pensate se fosse capitato a voi – di essersi rivolto allo Stato per essere protetto temendo di essere sulla lista nera di Cosa Nostra per essere assassinato. Non basta: il capo d’accusa, per funzionare, come la degradazione impartita a Dreyfuss che fu spogliato di tutti i suoi gradi e segni dell’onore davanti alla truppa, è stato rafforzato con l’aggravante di essere sulla lista nera della mafia per aver fatto uno sgarro alla mafia stessa e cioè per non aver mantenuto promesse criminali, lui che rappresentava lo Stato sia come membro del Parlamento repubblicano che come ministro e sottosegretario di Stato.

La sentenza del 14 gennaio scorso afferma «l’assoluta estraneità dell’imputato a tutte le condotte materiali contestategli» e che «se davvero l’imputato fosse stato così vicino a Cosa Nostra da essere un suo stabile interlocutore politico, non avrebbe di certo avuto bisogno, per proporle un patto per sé ‘salvifico’, né dei militari del Ros né del suo acerrimo nemico politico, Vito Ciancimino, ben potendo presentarsi egli stesso ai vertici del sodalizio come prestigioso mediatore (all’epoca era ancora Ministro) per sé stesso e per lo Stato italiano».

Ricordo bene la scena in Parlamento: Calogero Mannino era lì, sui banchi e a ogni sua assoluzione celebrata con un applauso, rispondeva con estremo pudore. È un uomo certamente molto ferito ma anche molto forte, uno di quei caratteri siciliani fatti di understatement, toni bassi e nessuna concessione scenica.

La mia opinione, è che la trattativa Stato-mafia sia un’invenzione e credo anche di intuire a che cosa fosse funzionale. Quindi, tanto vale che lo dica ancora una volta. Il teorema della “trattativa” è servito per dare una sistemata sotto un manto di apparente decenza a un fatto che tanto decente non è. E cioè che tutto quanto è accaduto da Capaci e via D’Amelio in poi, fino alle bombe di Roma e Firenze e tutta quella parata di violenze totalmente estranee alla storia degli usi e costumi della mafia, sia stato fatto passare per una guerra alla pari fra Stato e Mafia, un po’ come se fosse stata la guerra tra Stato e Brigate Rosse.