Le fake news inondano i social. Già. Le fake news, spesso, inondano anche i giornali. Non ci stupiamo più. Alle volte leggiamo le prime pagine e pensiamo che la metà delle cose scritte non sono verificate, o addirittura son propaganda. Forse però c’è da stupirsi almeno un po’ se una Corte d’Appello solennemente giura che anni e anni di indagini, e di processi, e di gigantesche e potenti campagne di stampa – guidate da qualche Procura – e ore infinite di trasmissioni televisive, tutto questo è stato prodotto e alimentato da fake news create e sostenute, a voce altissima, da un gruppetto di Pm un po’ arruffone. Fake news di Stato. O di palazzo. O di palazzo di Giustizia.

E poi giura che la storia della trattativa Stato-Mafia, quella che ha portato a condanne infamanti contro alti ufficiali dei carabinieri con la carriera gloriosa, come il generale Mori e il colonnello De Donno e il generale Subranni, e anche Marcello Dell’Utri, era una storia di fantasia. Anzi, di più: di una fantasia impazzita, perché non si limitava a modificare la storia reale ma la rovesciava, facendo passare per amici della mafia alcuni uomini che invece alla lotta alla mafia hanno dedicato la loro vita.

È successo esattamente questo, capite? Le motivazioni con le quali la Corte d’Appello di Palermo ha mandato assolto l’ex ministro Calogero Mannino – democristiano, accusato di essere stato il cervello e il motore della trattativa Stato-Mafia, e anche di essere un amicone dei corleonesi – non solo riabilitano Mannino e proclamano “l’inconsistenza e l’incongruenza e l’illogicità” del lavoro dei Pm, ma smantellano tutta la teoria della trattativa Stato-Mafia. Diciamolo meglio: spiegano come quello che un gruppetto di magistrati aveva scambiato per trattativa era il contrario esatto: “un’azione investigativa di polizia giudiziaria” pensata e realizzata con l’obiettivo di arrestare Totò Riina, cioè il capo della mafia.

Proprio così: la Corte d’Appello, nelle motivazioni della sentenza che ha depositato l’altra sera, conferma la sentenza di primo grado (di assoluzione piena), sostiene che le obiezioni dell’accusa sono “infondate illogiche e incongruenti”, spiega che Mannino non trattò con la mafia ma al contrario contrastò la mafia, e per questo si guadagnò l’inimicizia delle cosche, afferma in modo drammaticamente solenne che non ci fu alcuna “violenza o minaccia ad un corpo politico o istituzionale dello Stato”. E questa frase, testuale, è molto importante perché è esattamente questa (“violenza o minaccia…”) l’accusa che era stata rivolta a Mannino, ai Ros e a Dell’Utri dalla Procura di Palermo, e precisamente prima dal Pm Ingroia e poi dal Pm Di Matteo. Poi i due processi si indivisi.

Mannino ha chiesto il rito abbreviato, e finalmente è arrivato a sentenza di secondo grado e a completa e tardivissima riabilitazione. I carabinieri e Dell’Utri invece sono andati a processo senza rito abbreviato e sono stati condannati in primo grado per un reato che ora la Corte d’appello definisce inesistente e per una trattativa anche questa negata da un collegio giudicante. Ora come si può serenamente continuare il processo di appello contro Dell’Utri e i carabinieri – che è in corso alla Corte d’Appello di Palermo – se la stessa Corte d’Appello ha già detto che quelle accuse sono fantasiose e incongruenti? Dovremo alla fine assistere a una sentenza politica che stabilisce che alcune persone sono colpevoli di qualcosa che una Corte ha accertato non essere mai avvenuta? E questo solo per provare a incastrare in qualche modo Berlusconi? Beh, è un po’ troppo persino per la magistratura italiana, no?

Le motivazioni della sentenza d’appello vanno ancora oltre le cose che abbiamo scritto fin qui. Parlano di Paolo Borsellino. E rovesciano il teorema Di Matteo. Di Matteo sostiene che Borsellino fu ucciso perché stava opponendosi alla trattativa Stato-Mafia condotta dai carabinieri dei Ros (dal generale Mori, in primo luogo). Questa sentenza sostiene il contrario. Dice che Borsellino si fidava solo dei Ros, e che pochi giorni prima di morire aveva voluto incontrare il generale Mori per avere notizie sul dossier Mafia-Appalti, preparato da Mori (su input e sotto la direzione di Falcone) nel quale si puntava il dito contro molte aziende del Nord e anche contro alcuni politici.

Borsellino voleva mandare avanti quel dossier e non si fidava della procura di Palermo, né del procuratore Giammanco né dei suoi sostituti (alcuni dei quali ancora in attività). E infatti chiese a Mori di vedersi in caserma e non in Procura. La storia (quella vera) racconta che pochi giorni dopo questo incontro, e mentre stava per prendere in mano quel dossier, Borsellino fu ucciso e la sua scorta sterminata. E che la Procura di Palermo, pochi giorni dopo, archiviò il dossier Mori. Forse Mori ha pagato carissimo per quel dossier, così fastidioso.

Le motivazioni della sentenza di Palermo dicono: se volete risolvere i misteri di quegli anni lasciate stare la trattativa, scavate qui. E cercate di capire perché polizia e settori della magistratura depistarono le indagini su Borsellino, e perché cancellarono il dossier mafia-appalti, e forse bisognerà capire come è successo che la punta di diamante della lotta contro la mafia, e cioè il colonnello Mori (che poi fu quello che catturò Riina, dando un colpo mortale a Cosa Nostra) fu addirittura mandato sotto processo sulla base di accuse strampalate.

Ha ragione Mannino, che dice nell’articolo sul Riformista, che ora, per fortuna, non esiste più la storia scritta da Ingroia e Caselli. E santificata da stampa e Tv. E la storia vera qual è? È troppo tardi per stendere un velo sulle fake e provare a ricostruire la verità di quei tragicissimi anni? Forse, purtroppo, sì.