Torna libero, per modo di dire perché ancora lo attendono malincontri di giustizia, ma già il fatto che Marcello Dell’Utri, scontata la pena, malato e invecchiato, sia autorizzato ad uscire dalla casa dove scontava i domiciliari, ci riempie il cuore di triste gioia. Primo, perché la cosa farà rabbia con schiuma verde a tutti i manettari produttori e consumatori del teorema della mafiosità ambientale respirabile anche in comode confezione spray; secondo perché ormai posso perdonargli di aver intossicato la mia ex moglie incinta al nono mese col suo sigaro fetente l’unica volta che cenammo insieme. Marcello Dell’Utri è stato dentro per “concorso esterno”. Significa che tu non hai commesso dei reati, neanche che sei un mafioso, ma che dalla strada fischiettavi con coppola storta, senza curarti che la lupara ti spuntasse sotto la giacca. Unica cosa che non mi esalta di Marcello Dell’Utri è questa mania della bibliofilia di volumi da “Nome della Rosa”, incunaboli polverosi, con tutte quelle figurine e capilettera ricamati a mano con stampe dell’epoca del torchio e del torcolo che puzzano di muffa. A parte questo, io non so – tutti dovremmo non sapere – come considerare e immaginare noi stessi perseguiti e perseguitati per il delitto di associazione mafiosa sì, ma esterna.

È un delitto fantastico, che soltanto il genio italiano poteva concepire nella patria in cui il Diritto è nato, per restare poi in culla. Ne ho scritto e letto per anni di tutta la storia della squadra di calcio (mi pare si chiamasse) Bacigalupo a Palermo dove Dell’Utri conobbe, ma che dico, prese più volte il caffè esterno – con il mafioso Mangano che poi fu assunto da Berlusconi nella sua tenuta di Arcore con la storia del cavalli che secondo i teoremisti non erano cavalli ma messaggi in codice, ma sembra invece proprio che si trattasse di cavalli perché l’associato esterno Dell’Utri Marcello aveva anche il vizio di puntare sui cavalli e pare telefonasse agli amici per chiedere a quanto la dài a Cherie, piazzata o vincente? Era la stagione, la ricorderete della caccia al Berluscone intesa come preda furastica e ambitissima, parente del Cinghialone Craxi, di cui si commemora ora il ventennale della morte con Milano che si chiede perché ha una via Stalingrado, una Palmiro Togliatti, ma via Bettino no, quando era così semplice capirlo, il perché, visto che Bettino era il dante causa di Silvio, che era amico di Marcello che aveva il figlio che giocava nella squadra di calcio Bacigalupo dove al caffè incontrava Mangano che era un mafioso al quale in carcere gli andavano a chiedere se volesse essere messo in una clinica a scontare il suo cancro, casomai avesse voluto dichiarare che anche il cinghialone Berluscone era pure lui mafioso o almeno concorrente esterno a meno di dodici metri e quello diceva no, grazie e marcì in galera crepando del suo cancro. Per dire. Erano storie molto italiane in cui se ti permetti di dissentire, dubitare, ridicolizzare, sospettare, non credere, sei per prima cosa un lurido mascalzone, di chi fai il gioco, un giorno metteremo in galera anche a te, verrà il tuo momento.

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È stata una stagione così, quella che ha visto l’arresto di Marcello Dell’Utri dopo tutti i gradi di giudizio, la fuga in Libano per legittimo orrore della detenzione, con cattura, reti, cani cacciatori da quadro di Bruegel, grida di dolore, cellulare (automezzo, non telefono) e corsa in galera, stavolta la sconterai e imparerai a fare amicizie sbagliate. Non ci riferiamo a Mangano ma a quell’altro, l’amico tuo, intanto mettiamo in galera te, erano tempi fatti così – quelli dell’associazione esterna e anche coniugata interna o adiacente al terriccio mafioso, che non si nega a nessuno come per esempio alla malavita romana dove se ti muovi facendo la faccia da cosca, ti becchi l’aggravante mafiosa e se ammazzi col fico d’india in bocca prendi più anni che con il pallettone. La coreografia vuole i suoi sacrifici umani e Dell’Utri è stato un sacrificio e oggi umanamente è stato non riabilitato, ma soltanto riconosciuto degno di affacciarsi sulla porta dell’ascensore, accendere il televisore, andare su Internet e telefonare a qualcuno. Essere un concorrente esterno l’aveva portato a una condanna di sette anni che sono, a occhio e croce, più di settemila giorni e settemila notti, a san Vitùr a ciapà i bott’, anche se non era il San Vitùr dei tempi andati, ma anche Ucciardone, Regina Coeli o quel che capita. Era, è stato, un senatore della Repubblica. Un senatore di Forza Italia (e di Publitalia prima) in galera, dopo la testa di cervo e il luccio imbalsamato, sempre un bel trofeo. Quanti ne ha uccisi? Nessuno. Quanti ne ha rapiti? Nessuno.

Si può andare avanti e la risposta resta nessuno, purché s’intenda in posizione mezza fuori e mezza dentro di associazione esterna con un piede sul gradino. Dell’Utri è invecchiato, è smagrito, è malato, è stato per anni dimenticato e abbandonato, lasciato nel suo appartamento della detenzione domiciliare a perdere il gusto per la vita e anche per i suoi dannati libri polverosi, con l’accusa peraltro per cui deve ancora essere processato di averne rubati alcuni. Dimenticavamo – quasi – l’accusa della trattativa Stato Mafia (ente pubblico, dunque maiuscolo) che si sarebbe conclusa con l’inverecondo risultato della fine dei fatti di sangue e stragi in cambio non si è capito ancora di che cosa, visto che tutti i mafiosi sono schiattati in galera, dietro le sbarre, umiliati e sconfitti. E poi l’accusa fantasy di stragismo sempre in combutta col cinghialone Berluscone che con lui avrebbe dato fuoco alle polveri come nella congiura delle polveri in Inghilterra, ma il film non è stato ancora messo in circolazione, sembra che la Disney sia interessata. Fantastoria? Altroché. Chiedetelo a lui, il connivente esterno, l’adiacente mafioso, il limitrofo che è una variazione notturna del licantropo canguro. Dell’Utri indossava sempre cravatte di gusto e aveva quell’espressione da uno che ancora non aveva capito bene che cosa stesse per capitargli. Speriamo che riprenda le vecchie abitudini e stia attento a dove mette i piedi quando calpesta una merda e a non passare la linea dell’esterno-interno, altrimenti, zàc, si trova che non è dentro né fuori, ma torna al quadretto numero uno del gioco della galera e si ricomincia tutto da capo, col filo e con l’ago, Good morning, Italy.