Silvio Berlusconi si è avvalso della facoltà di non rispondere nel processo di secondo grado, in corso a Palermo nell’aula bunker dell’Ucciardone, sulla cosiddetta trattativa Stato-Mafia. L’ex premier, citato come teste assistito, prima di entrare in aula ha negato, attraverso i suoi avvocati Franco Coppi e Nicolò Ghedini, la possibilità di farsi riprendere e fotografare in aula.

“Su indicazione dei miei legali, mi avvalgo della facoltà di non rispondere”, ha detto il leader di Forza Italia alla Corte. Appena entrato in aula i giudici gli avevano illustrato le prerogative garantitegli dallo status di teste assistito, status determinato dal fatto che a suo carico pende una inchiesta a Firenze sulle stragi del ’93, quindi su fatti “probatoriamente collegati” a quelli oggetto del processo “trattativa”. La sua deposizione era stata sollecitata dalla difesa di Marcello Dell’Utri, amico storico del Cavaliere, richiesta poi appoggiata anche dall’accusa.

Dell’Utri nel processo di primo grado (22 aprile 2018) è stato condannato a 12 anni di carcere. In precedenza i giudici avevano rigettato la richiesta della difesa di Dell’Utri – rappresentata dagli avvocati Francesco Centonze e Francesco Bertorotta – di potere visionare un filmato con le dichiarazioni che l’ex premier ha rilasciato nel corso di una conferenza stampa in diretta su Rainews, il 20 aprile 2018, dopo la sentenza di primo grado del processo trattativa.

Nell’intervista video Berlusconi smentiva qualsiasi tipo di contatto con Cosa Nostra: “Non abbiamo ricevuto nel 1994, né successivamente nessuna minaccia dalla mafia o dai suoi rappresentanti. Vorrei ricordare che i miei Governi hanno sempre operato nella direzione di un contrasto fortissimo nei confronti della mafia, abbiamo incrementato la pena del 41 bis rendendola più dura e l’abbiamo anche spostata sino alla fine della detenzione invece che per un certo più stretto periodo. Abbiamo individuato nuovi strumenti giuridici tra cui il codice antimafia che ha consentito da un lato la cattura di 32 dei più pericolosi latitanti capimafia, 32 su 34”.