Il pubblico ministero e membro del Csm Nino Di Matteo non perde occasione per raccontare, soprattutto in occasioni in cui non ha contraddittorio, la storia dei rapporti tra Silvio Berlusconi e la mafia. Diciamo la verità, alcuni magistrati sembrano un po’ dischi rotti, anche se nessuno di loro può affermare che mai il presidente di Forza Italia sia stato condannato per reati che abbiano a che fare con la criminalità organizzata. Si è dovuto inserire il suo nome nella sentenza che ha condannato Marcello Dell’Utri a 7 anni di carcere per un reato inesistente nel codice, il concorso esterno in associazione mafiosa. Per giustificare una vera persecuzione che ha tenuto in carcere una persona anche quando era gravemente malata, lo si è dovuto qualificare come “garante” del patto tra Berlusconi e la mafia. In che cosa consistesse questo patto e quali ne fossero gli scopi non è dato sapere.

Ma è quanto basta a Di Matteo per affermare le sue certezze sulla base di “sentenze definitive”. Io parlo solo di quelle, dice. Eh già, gli conviene. Perché di fatti gravissimi, ai quali lui era presente, come quello del “depistaggio di Stato”, che hanno impedito di sapere come e perché sia stato assassinato Paolo Borsellino, lui non parla. Nella prossima intervista televisiva, dottor Di Matteo, potrebbe raccontarci qualcosa su Vincenzo Scarantino, l’Enzino piccolo truffatore della Guadagna di Palermo che qualcuno ha trasformato, a suon di schiaffi pugni minacce e ricatti nel Pentito di Stato della strage di via D’Amelio. Forse lei era un pm-ragazzino quando faceva parte di un pool in cui oggi gli altri due suoi colleghi sono indagati a Messina per calunnia, aggravata dal fatto di aver favorito Cosa Nostra, proprio per quei depistaggi. E forse non ricorda che a Caltanissetta vengono processati per quei gravi fatti un ex funzionario della squadra mobile di Palermo e due sottufficiali. E forse i nomi del procuratore Tinebra e del questore La Barbera non le dicono più niente. E forse non ricorda che in quegli anni, parliamo del 1992 e 1993, esistevano due carceri speciali nelle isole di Pianosa e di Asinara dove con vere e proprie torture si costruivano i “pentiti”. E che Enzino Scarantino fu uno di quelli, come denunciò subito la moglie.

È un vero peccato che, ventisette anni dopo quella strage, emergano 19 bobine di intercettazioni che dimostrano quel che si era sempre saputo ma che solo nelle aule di tribunale non si è voluto vedere, e cioè che Scarantino, dal luogo segreto dove era protetto, parlava al telefono con funzionari della squadra mobile e anche con gli stessi pubblici ministeri. E anche che, prima di andare a deporre ai processi, veniva preparato. Insomma, qualcuno gli suggeriva quel che doveva dire. Più volte lui ha tentato di scrollarsi di dosso quel ruolo, preferendo tornare in carcere, ma più volte, per lunghi quindici anni, è stato ricondotto al suo ruolo. Il depistaggio di Stato non poteva essere fermato. E vogliamo parlare di quei verbali del 13 gennaio 1995 in cui altri tre collaboratori di giustizia ritenuti attendibili avevano smentito clamorosamente Scarantino e che furono “persi” dai pubblici ministeri di Caltanissetta e mai depositati al processo?

Eh sì, dottor Di Matteo, più comodo raccontare in tv la favola di Berlusconi.