Durante un’udienza dello scorso 15 Maggio alla Corte Internazionale di Giustizia l’avvocato del Sud Africa, a sostegno dell’ennesimo ricorso contro Israele, aveva detto: “Se cade Rafah, cade Gaza”. Il riferimento all’ipotesi che Gaza sarebbe “caduta” se la Corte non avesse fermato l’intervento dell’esercito israeliano tradiva in modo plateale il vero intento dell’iniziativa sudafricana: non salvaguardare la popolazione palestinese, ma evitare che Israele portasse a termine il progetto di neutralizzarne le dirigenze militari e terroristiche.

Che Yahya Sinwar sia stato ucciso lì, a Rafah, dove delegazioni di pacifisti bardati d’arcobaleno reclamavano che cessasse il fuoco israeliano, non quello contro Israele, (“ceasefire in Gaza”, dicevano i loro cartelli, non “ceasefire from Gaza”), ha una portata simbolica che nessuna insinuazione su una possibile messinscena potrà destituire. Qualcuno ha ipotizzato che Sinwar possa essere stato ucciso altrove, e poi trasportato dove l’hanno ritratto con la bocca aperta e con quella voragine nel cranio a dimostrazione che lì, dove Israele non sarebbe dovuto entrare per non dare inizio alla fine di Gaza, è finita invece la vita del capo dei macellai del 7 ottobre.

Ma cambierebbe davvero poco se pure fosse così. Resterebbe infatti la verità inoppugnabile che Sinwar è stato ucciso nella guerra di cui egli stesso ha apparecchiato la scena, stabilito le condizioni e imposto il prezzo: vale a dire la distruzione di Gaza e l’uccisione di masse di civili, il che non apparteneva ai progetti genocidiari di Israele ma era funzionale al piano bellico attivato con i massacri del Sabato Nero.

È stato un piano spaventosamente produttivo, raccontato con oscena precisione dal tragico ammontare dei morti. Chi avesse la forza di esaminarne la curva vedrebbe quanto fosse impennata nei primi periodi e fino all’inizio delle operazioni a Rafah, e quanto tendesse a degradare di lì in poi. Non solo. Quei terribili grafici, nelle tre linee che mostrano rispettivamente i decessi tra le donne, i bambini e gli uomini, evidenziano che quella relativa a questi ultimi è meno degradante rispetto alle altre due. È una contabilità orribile, certo. È resa disponibile da Hamas (che, per gli uomini, ovviamente non distingue tra belligeranti e civili) e descrive in modo addirittura perfetto lo sviluppo del piano sanguinario di Sinwar fino al momento della sua uccisione.

Sinwar e i bambini da usare come attrezzi

Aveva deliberato di usare “come attrezzi” – così rivendicava – i bambini di Gaza, altro che il bastone lanciato contro il drone che ne riprendeva l’altro giorno gli ultimi attimi di vita.
Chi oggi facesse un bilancio di quest’anno di guerra indugerebbe comprensibilmente sulla spaventosa scala di sofferenza causata dalle operazioni belliche israeliane, e sulla tragedia incommensurabile dei civili che ne sono stati travolti.
Sono quelli che Yahya Sinwar, per un anno, ha messo tra sé e i soldati che infine l’hanno ucciso.