Non si arrendono mai. Perseguono fino all’ultimo grado di giudizio le proprie «ambizioni storiografiche», come disse un giorno il professor Giovanni Fiandaca. Sono gli uomini della procura generale di Palermo guidata da Roberto Scarpinato. Dopo lo schiaffo ricevuto dalla Corte d’appello che, non solo ha assolto per la seconda volta l’ex ministro Calogero Mannino, ma ha smantellato tutto il film della trattativa Stato-mafia, i sostituti procuratori generali Giuseppe Fici e Sergio Barbiera danno l’assalto alla cassazione. Non si rassegnano perché tutto il castello accusatorio messo in piedi, un tempo dall’ex pm Ingroia e poi da Di Matteo, sta crollando miseramente. Sarebbero pronti a ricorrere fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo, pur di non mollare l’osso. Paiono non tenere in nessun conto concetti come «l’inconsistenza e l’incongruenza e l’illogicità» dell’intero sistema accusatorio con cui i giudici della Corte d’appello hanno bocciato l’intero lavoro della procura con i suoi valletti della grancassa mediatica. Tempi duri per la procura generale di Roberto Scarpinato.

La trattativa Stato-mafia non c’è mai stata, ha sancito una sentenza che non si è limitata ad assolvere Mannino dall’accusa di aver tramato contro lo Stato e contro un governo di cui faceva parte stipulando un patto scellerato con Cosa Nostra per salvarsi la vita. E andrebbero rilette anche le cinquecento pagine con cui la gup Marzia Petruzzella già in primo grado aveva assolto l’ex ministro dall’accusa di «violenza o minaccia a corpo politico dello Stato». Aveva liquidato le fatiche di Ingroia e Di Matteo come fantasiosa storiografia, ricordando quante volte a Palermo come a Caltanissetta gruppi di pubblici ministeri avevano percorso l’inutile strada della ricerca di regie occulte dietro le stragi di mafia, per essere poi messi di fronte alle inevitabili archiviazioni delle inchieste: nel 2002 e nel 2003 e nel 2004. Ma ci avevano riprovato nel 2008.

Le motivazioni della sentenza d’appello erano anche un vero ribaltamento della decisione della Corte d’assise che ha condannato in primo grado i coimputati di Mannino, l’unico che si era abilmente sottratto all’enfasi del circo mediatico-giudiziario, scegliendo per sé il rito abbreviato. Nei confronti degli ex ufficiali del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno e del senatore Marcello dell’Utri è in corso il processo d’appello, che corre il rischio, agli occhi dell’accusa, di essere contagiato in positivo dal verdetto che ha assolto Mannino. Dove è anche scritto in modo esplicito che ciò che un gruppetto di magistrati aveva scambiato per trattativa era invece «un’azione investigativa di polizia giudiziaria» finalizzata alla cattura dei boss latitanti, in particolare Totò Riina.

E chi ha arrestato il capo di Cosa nostra? Appare quanto mai chiaro che la scommessa di oggi con il ricorso in cassazione è finalizzata anche e soprattutto a non vanificare, con una sentenza d’appello che riformasse quella del primo grado, le condanne agli ex vertici dei carabinieri e a Marcello Dell’Utri, la cui presenza in aula è pur sempre utile per dare a tutto il carrozzone processuale quella patina di politicità che consente di arrivare a Berlusconi. Inutile girarci intorno, tutta questa vicenda è puro tentativo di riscrivere la storia come storia criminale. L’ha capito bene il presidente della Corte d’assise d’appello che sta processando i “corpi intermedi” e l’ex senatore di Forza Italia.

Il giudice Angelo Pellino nella prima udienza ha messo subito le mani avanti con un discorso irrituale in cui ha spiegato che «può accadere che in un processo che riguarda fatti molto eclatanti la riscrittura di un pezzo di storia di un Paese sia un fatto inevitabile», concludendo poi che questa riscrittura della storia «non deve essere cercata». Ma rimane il fatto che, soprattutto per chi, come il giudice Pellino presiede una Corte d’assise composta in gran parte da giudici popolari che non sono tecnici del diritto e quindi più sensibili alla gogna mediatica, non è facile spiegare la genesi e il contenuto di questo processo. Dovrebbe convincere dei normali cittadini del fatto che, a partire dal 1992, un gruppo di mafiosi, di politici e di carabinieri si sarebbe messo intorno a un tavolo e avrebbe stretto un patto scellerato: da una parte Cosa Nostra avrebbe salvato la vita a personaggi come Calogero Mannino, reo di aver sempre combattuto le cosche, e dall’altra gli uomini d’onore avrebbero avuto un alleggerimento delle loro condizioni in carcere.

La prova? Il fatto che il ministro Conso, il 2 novembre 1993 non avesse rinnovato 300 provvedimenti di sottoposizione al regime di 41 bis nei confronti di una serie di detenuti. Strana prova, visto che di quei 300 solo 5 erano detenuti per fatti legati alla mafia, e comunque non erano capi né capetti. Inoltre c’era stata una sentenza della Corte costituzionale a sostenere l’iniziativa del ministro, oltre che pressanti richieste sia dei giudici di sorveglianza che degli stessi cappellani delle carceri. Era stata una minima compensazione per quel che avevano subito una serie di detenuti, mafiosi e non mafiosi, torturati nelle carceri speciali di Pianosa e Asinara dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. Calogero Mannino sarà così nuovamente alla sbarra, sia pur metaforica. Forse a sperare che, dopo le assoluzioni di primo e secondo grado, ci sia ancora un giudice anche in cassazione. Magari un nuovo Corrado Carnevale.