Ci vorrebbe Leonardo Sciascia per sottolineare a modo suo gli schiaffoni che ancora bruciano sulle gote dei “professionisti dell’antimafia” in seguito a una serie di provvedimenti che hanno riportato qualche pillola di civiltà giuridica nel nostro paese. Le decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo, prima di tutto, ma anche la sentenza della Corte di cassazione che, quasi fosse ancora  in servizio un Corrado Carnevale, ha fatto le pulci a chi aveva voluto a tutti i costi vedere la mafia a Roma laddove c’era la “normale” delinquenza se pur organizzata, con tutte le conseguenze processuali, detentive e anche mediatiche del caso. E ha stabilito che a Roma la mafia non c’è.
Il primo schiaffo arriva dall’uggioso cielo di Strasburgo, pur se in stagione estiva, il 13 giugno di quest’anno. Riguarda un caso specifico, quello di Marcello Viola, ergastolano per reati di mafia, che si è sempre dichiarato innocente. Non si tratta di un detenuto qualunque, ma di un fantasma destinato a morire da prigioniero in seguito a una sciagurata decisione dell’ultimo imbelle governo della prima repubblica, che, incapace di sconfiggere la mafia che aveva assassinato Falcone e Borsellino con gli strumenti della repressione ordinaria, ricorse a una legge emergenziale. Una legge incostituzionale, dicemmo in pochi, in parlamento e fuori, in quell’estate del 1992, palesemente finalizzata a costruire il “pentitificio” come unico strumento di lotta alla mafia.
Nacque così l’ergastolo ostativo, cioè quel “fine pena mai” che impedisce ai condannati all’ergastolo per gravi reati come mafia e terrorismo, di uscire prima o poi dal carcere come persone diverse da quelle che avevano commesso i reati e dopo  il percorso rieducativo  previsto dall’art. 27 della Costituzione. Salvo che non si siano trasformati in “pentiti”.
Era il caso del detenuto Viola, che , essendosi sempre dichiarato innocente e non potendo collaborare con la magistratura, vedeva respinta ogni richiesta per i benefici penitenziari e la liberazione anticipata. Così presentò ricorso alla Cedu. La sentenza del 13 giugno ha condannato l’Italia. Lo schiaffo è pesante, perché mette in discussione  proprio la costrizione alla collaborazione, il ricatto che impedisce il ritorno alla libertà del detenuto, ancorandolo per tutta la vita  alla pericolosità del momento in cui aveva commesso il fatto. Eri delinquente a 18 anni? Lo sarai anche a 70, se non denunci qualcuno. Così dice l’Italia, e l’Europa la condanna.

Dopo quella prima decisione si agita subito la corporazione delle toghe e di conseguenza il governo nei cui ministeri, forse non tutti lo sanno, si annidano molte toghe in veste di “tecnici”, molto sensibili al richiamo della casta e molto potenti. Il ricorso del governo Conte primo e secondo contro la Corte di Strasburgo pare scontata, del resto anche il ministro di giustizia Bonafede è sempre lo stesso. È quello che vuol rendere eterni i processi, lasciando nel limbo dell’incertezza sia gli imputati che le vittime bloccando la prescrizione, figuriamoci se non vuol rendere eterna anche la detenzione. Il governo presenta dunque il suo ricorso, adducendo alcune sentenze della nostra Corte costituzionale che in effetti aveva prodotto nel corso degli anni una giurisprudenza quanto meno contraddittoria sul tema, ma soprattutto spiegando all’Europa che, poiché in Italia c’è la mafia,  sarebbe lecito violare lo Stato di diritto e la stessa Costituzione con ripetute leggi emergenziali. Quando si avvicina la data della decisione della Cedu sul ricorso italiano, fortissime sono le pressioni di coloro che ancora oggi Sciascia definirebbe “professionisti”. Il pubblico ministero della direzione nazionale antimafia Nino Di Matteo ha facilità a emergere per la forza delle sue argomentazioni sul presidente della commissione antimafia Nicola Morra e sullo stesso ministro guardasigilli. L’eliminazione dell’ergastolo ostativo, spiega ai suoi colleghi d’oltralpe, sarebbe un segnale  ai capimafia e una “riaffermazione del loro potere”.
Insensibili  al grido di dolore si mostreranno però l’una dopo l’altra sia (9 ottobre) la Cedu che la stessa (23 ottobre) Corte costituzionale italiana. Che mettono, si spera, alcuni punti fermi. L’organo di Strasburgo mette l’accento sulle norme dell’ordinamento penitenziario ( in particolare l’art. 4 bis ) che vanno modificate, soprattutto sul principio dell’automatismo,  per rimettere nelle mani del magistrato il compito di giudicare caso per caso.
La mannaia viene infine calata dalla Corte presieduta da Giorgio Lattanzi che dichiara l’incostituzionalità proprio di quell’articolo che trasformava i detenuti in fantasmi e l’ergastolo nella pena di morte. Due concetti che non riescono a penetrare nella cultura della maggior parte dei politici attuali, se escludiamo i radicali e l’associazione Nessuno tocchi Caino che si batte da sempre per l’abolizione della pena di morte nel mondo e di conseguenza contro l’ergastolo ostativo.
All’appello del pm Di Matteo che continua a esortare la politica “a reagire” (vorremmo sapere con quali strumenti che non violino la Costituzione), rispondono compatti da Salvini a Zingaretti fino alla truppa dei grillini:  obbedisco.