Non mollano la presa, e neanche la preda. Pur a terra come pugili suonati, ancora spingono in aria il guantone contro l’imputato a vita Calogero Mannino, ottantenne ex ministro democristiano di quando in Italia ancora c’era la Dc, e c’erano i socialisti e anche i comunisti.  Vogliono il processo eterno, i pubblici ministeri palermitani. E sferrano l’ultimo colpo, l’illegittimità costituzionale di una legge troppo garantista, la riforma Orlando del 2017 per la quale se l’imputato è assolto in primo e anche in secondo grado, la pubblica accusa deve sudare sette camicie e avere argomenti inoppugnabili prima di poter ricorrere in cassazione. Poiché temono di perdere anche nel terzo grado di giudizio, tentano la strada dell’Alta Corte.

È la sfida all’O.K. Corral, il colpo di coda finale, quando ci si gioca il tutto per tutto. Perché rimane il fatto che Calogero Mannino è uscito vittorioso con l’assoluzione piena nel processo sulla Trattativa Stato-Mafia in primo e secondo grado. E se la Cassazione dovesse assolverlo per la terza volta prima che si concluda il processo parallelo, dove i suoi coimputati hanno subito pesanti condanne, crollerebbe un castello di sabbia costruito meticolosamente nell’arco di trent’anni da un gruppo di pubblici ministeri di quelli – ce ne sono tanti, e non solo in Sicilia – che amano pensare la storia d’Italia come storia criminale. Non sono solo i pubblici ministeri in realtà, ricorda ancora oggi Mannino, a guardare la storia con la lente deformata dagli atti giudiziari. Ricorda quando il direttore del Fatto Quotidiano era andato a Palermo a “fare il guitto” con uno spettacolo teatrale offensivo e ridicolo, e in prima fila c’erano schierati tutti i Pm che poi parevano quasi aver tratto ispirazione, “a parte le sgrammaticature”, dallo spettacolo per scrivere la requisitoria.

Storia antica, ricorda l’ex ministro, che risale ai tempi delle stragi, ai tempi in cui arrivò a Palermo il procuratore Caselli e quando il procuratore aggiunto Roberto Scarpinato avviò un’inchiesta basata sulla solita ipotesi processuale, sul solito teorema poco fondato sui fatti. Si chiamava “Sistemi criminali”. L’ipotesi era che un gruppo eterogeneo di soggetti composto da Cosa nostra, massoneria deviata, eversione nera e pezzi dello Stato avessero messo in atto un tentativo di destabilizzazione del Paese. Questo punto di partenza, che oggi apparirebbe un po’ ridicolo se non fosse poi sfociato nel processo del secolo, cioè la ”trattativa”, fu poi archiviato su richiesta dello stesso Scarpinato. Che però non mollò la presa, e cominciò a mettere qualche preda nel proprio carniere.

Il fascicolo non era però finito nel cestino, dove dovrebbero atterrare tutte le ipotesi infondate, ma rimase in un cassetto, una sorta di fiumiciattolo carsico pronto a riemergere. Ci fu un primo tentativo di resurrezione con la prima versione del titolo di reato come “violenza o minaccia a Corpo Politico dello Stato”. Seconda archiviazione: ipotesi priva di prove. La resurrezione definitiva arriva solo nel 2008 e porta il nome di Massimo Ciancimino. E’ sulla base delle parole della persona più inattendibile che sia mai circolata nelle aule giudiziarie, accompagnato da quelle del degno compare Brusca, il pentito buono per tutte le stagioni, che nasce la bufala del secolo, il processo “Trattativa”, il patto scellerato che negli anni novanta avrebbe unito persino un politico che della lotta alla mafia aveva fatto una ragione di vita come Mannino ai killer di Cosa Nostra.

Due processi hanno reso giustizia. Ma prima c’è stato il teatrino, con sfilate di politici eccellenti davanti al giudice delle indagini preliminari e la richiesta di rinvio a giudizio per dodici persone presentata dai Pm Ingroia e Di Matteo in seguito a una clamorosa spaccatura all’interno della stessa procura. Ogni sfilata comportava una gogna o verità che erano mezze verità e che rimbalzavano opportunamente sugli organi di informazione contigui alla pubblica accusa. Il teatrino si è protratto per anni e anni.

Mannino si è sottratto allo spettacolo e soprattutto non ha accettato di esser processato al fianco dei mafiosi. Ha scelto il rito abbreviato e ha trovato un Giudice. E poi in appello, altri tre Giudici. I quali non solo hanno demolito il castello di sabbia rilevando “l’incongruenza”, “l’inconsistenza” e “l’illogicità” delle fatiche dei pubblici ministeri, ma hanno restituito la dignità e l’onore a Calogero Mannino. E’ comprovata, hanno scritto i giudici nella motivazione della sentenza di assoluzione, “l’assoluta estraneità dell’imputato a tutte le condotte materiali contestategli”.

Va ricordato che di queste parole, scritte nero su bianco, l’opinione pubblica è venuta a conoscenza nel gennaio 2020. Sono passati trent’anni da quando lui ha cominciato a salire e scendere le scale del tribunale di Palermo, Mannino ne ha quasi 81 e pochi si ricordano di lui. Non ha più svolto attività politica da allora, e magari non avrebbe neanche voluto. Ma sicuramente avrebbe desiderato una vita diversa, fuori dal ring in cui è fino a ora uscito vittorioso, ma dal quale non riesce ancora a scendere.

E ora, ci sono ancora i dottori pubblici ministeri generali Roberto Scarpinato, Giuseppe Fici e Sergio Barbiera che hanno il coraggio, privo di pudore, di tentare la strada dell’illegittimità costituzionale. Piuttosto che niente, meglio piuttosto, si dice a Milano. Forse a Palermo non conoscono il detto. Ma la vergogna la conoscono? Pare di no.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.