Crucifige crucifige! Vogliono la pena di morte. E vogliono la croce per chi applica la legge. Lo squadrone dei soldatacci è capitanato dall’Espresso e dal Fatto quotidiano, seguono compatti magistrati e uomini politici, tutti a pollice verso. È accaduto che un povero vecchio di 78 anni gravemente malato di cancro, già operato d’urgenza e sottoposto a cicli di chemioterapia e con una pesante recidiva in corso, sia stato mandato a scontare gli ultimi nove mesi di pena a casa sua, dopo aver passato metà della sua vita in carcere. Si chiama Francesco Bonura, era recluso a Opera in regime di 41 bis. È mafioso? Sì. Era giusto, se aveva commesso gravi reati, processarlo e condannarlo? Sì, anche se sappiamo che la pena è già «sofferenza, flagello e corona di spine», come ha detto di recente il professor Tullio Padovani. Ma si può aggiungere al carcere anche il pericolo di contagio da Covid-19 come pena supplementare? Sarebbe una condanna a morte per una persona che vede già la fine vicina. È già capitato in passato al boss Bernardo Provenzano, lasciato in condizione detentiva anche quando era ridotto in stato vegetale.

I reprobi da crocifiggere sono i magistrati del tribunale di sorveglianza di Milano. I quali, nel caso del detenuto Francesco Bonura, non hanno neanche applicato la normativa del decreto governativo Cura Italia e neppure la circolare del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria (Dap) del 21 marzo che invitava le direzioni carcerarie a segnalare i detenuti anziani e con gravi patologie per l’eventuale scarcerazione, visto il pericolo concreto di contagio negli spazi ristretti delle prigioni ancora sovraffollate. Niente di tutto questo, come ricordano gli avvocati difensori del detenuto, Giovanni Di Benedetto e Flavio Sinatra, ma la semplice e pura applicazione di una legge esistente, quella che consente il differimento della pena in caso di grave malattia. Il fatto poi che il condannato comunque entro nove mesi avrebbe terminato di scontare la sua pena e sarebbe stato addirittura libero, ha sicuramente influito sulla decisione. Cui si sono accompagnati, negli stessi giorni, altri provvedimenti analoghi assunti da altri tribunali e che riguardavano detenuti calabresi e siciliani.

La canea era quindi già pronta, con la schiuma alla bocca, fin da ieri mattina, quando sono apparse le prime notizie. Comodo eh, avere il virus alle calcagna, si dice. Il passaparola non solo mette in guardia da una sorta di “tana liberi tutti”, ma è pronto ad aggredire alla giugulare chiunque si sia permesso di applicare la legge. Il primo a rispondere allo squillo di tromba del Fatto quotidiano non può che essere Nino Di Matteo, che andrebbe denunciato dalla stessa Presidenza del consiglio per la sua dichiarazione. «Lo Stato sta dando l’impressione di essersi piegato alle logiche di ricatto che avevano ispirato le rivolte».

Chi è stato ricattato, dunque, dottor Di Matteo? I magistrati suoi ex colleghi di Milano o il Governo? Naturalmente nessuno gli pone questa domanda, anzi gli si consente anche di farsi un po’ di pubblicità per la sua attività passata di Pm “antimafia” (orribile e sbagliatissimo termine) di Palermo. Aggiunge infatti il neo componente del Csm che lo Stato (quale tra i poteri esattamente?) «sembra aver dimenticato e archiviato per sempre la stagione delle stragi e della trattativa Stato-mafia». Così le tragedie delle stragi sono equiparabili al castello di carta di un processo basato solo su un’ipotesi puramente ideologica? Un paragone che puzza molto di sottovalutazione dei fatti di sangue rispetto alle fantasie complottistiche.

Poi si va a ruota libera. Qualcuno ricorda che ci sono nelle carceri al regime di 41 bis tutti i capimafia ormai anziani (e si suppone malandati, dopo tanti anni di detenzione), altri li contano, sono 74 e ne fanno i nomi. E si dice che potrebbero approfittare del timore del virus per farsi scarcerare. Il che è molto difficile, visto che anche il decreto del governo lo impedisce per i condannati per gravi reati. Ma lo consente la legge ordinaria, per malati gravi che, se contagiati dal coronavirus, potrebbero morire. Come è capitato a tanti anziani nelle case di riposo. Forse che i detenuti devono morire? Dobbiamo applicare con un’alzata di spalle la pena di morte?

Ma la valanga pare irrefrenabile. Antonio Ingroia, che non è più magistrato ma riserva a se stesso il diritto di parola in quanto ex, parla di «trattamento di favore ai capimafia», Alfonso Sabella teme un «effetto domino». E partiti di centrodestra e di sinistra e Cinque stelle presentano interrogazioni urgenti e la convocazione della commissione antimafia. Per controllare la magistratura, a quanto pare. Diversamente, perché due esponenti del Pd come Walter Verini (responsabile giustizia) e Franco Mirabelli (capogruppo in antimafia) vogliono verificare la «effettiva incompatibilità» tra le condizioni di salute dei detenuti e il carcere? Non si fidano dei giudici, evidentemente.

Poi c’è chi, ma il fatto non desta stupore, come il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, si schiera con Nicola Gratteri nel garantire che, se c’è un posto dove si sta bene e ben isolati dal pericolo del virus, questo è il carcere in regime 41 bis, cioè il luogo dei sepolti vivi, dei senza speranza. Dove il distanziamento sociale è garantito non da celle spaziose, ma da una serie di limitazioni soprattutto sulle relazioni affettive. Impossibile trovare qualche voce fuori dal coro, nel mondo politico, se si eccetta una dichiarazione di ”Nessuno tocchi Caino”, cui tocca il compito di ricordare i principi costituzionali di diritto alla vita e alla salute come prevalenti su qualunque motivo di sicurezza. Principi, ricordano, sanciti anche da Patti e Convenzioni internazionali, oltre che dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che indica la gerarchia e l’ordine dei valori umani, mettendo vita e salute in testa alla lista.

Se qualcuno ha pensato che tutta questa turbolenza abbia preoccupato il ministro della giustizia, questo qualcuno sarebbe un illuso. Come si è mosso Alfonso Bonafede? Ha scritto su facebook, minacciando chiunque abbia attribuito al governo e al decreto Cura Italia le scarcerazioni. Per una volta ha ragione a difendere l’autonomia della magistratura, anche se lo fa per scansare il problema dalla propria persona. E non per sostenere decisioni dettate da rigorosa applicazione della legge e senso di umanità. Se ancora si può dire, in questo clima di voglia di forca appesa al ramo più alto.