Istruzioni per l’uso di questo articolo: se non l’avete mai visto perché siete troppo giovani, correte a vedere uno dei più bei film di tutti i tempi, che in italiano è stato titolato Oltre il giardino (del 1980) interprete Peter Seller al suo meglio. Il nostro crudele e dichiarato proposito è quello di mettere a confronto il capo del nostro governo, il professor Giuseppe Conte, con il protagonista del film, un giardiniere con un leggero ma visibile handicap mentale che va incontro a una straordinaria imprevista carriera.

Sgombriamo subito il campo: il paragone fra i due ha senso, ma con una importante distinzione: The Gardner è afflitto da un ritardo mentale, mentre Giuseppe Conte è secondo noi affetto da anticipo mentale che è, in politica, l’eiaculazione precoce del pensiero. Ciò che rende accettabile metterli sullo stesso piano è l’inaspettata carriera. Nel film, un giardiniere che non ha mai visto il modo oltre il giardino in cui è nato e vissuto diventerà presidente degli Stati Uniti grazie al fatto che le sue frasi semplici, banali, tipo «quando finisce la siccità le rose possono sbocciare» non vengono prese per quel che sono – banalità al livello più elementare – ma per astutissime metafore dal contenuto densissimo, che fanno impazzire analisti e servizi segreti, incapaci di decifrare la magnifica segretezza e saggezza del giardiniere che sa sempre quando accennare all’avvicendarsi delle stagioni o alla necessità di prendere l’ombrello quando piove.

Avrete dunque capito, gentili lettori e – se ci legge – lo stesso professor Conte, dove vogliamo andare a parare: per la prima volta nella storia delle democrazie moderne – ai tempi di Pericle sarebbe stato improponibile e inaccettabile – un giorno, un signore con il suo zainetto a rotelle incrocia un altro signore col suo trolley (il mancato primo ministro Carlo Cottarelli) e si presenta al capo dello Stato con cui ha una conversazione simile a quella che Carlo Magno ebbe, secondo Italo Calvino, con un misterioso cavaliere dalla lucente armatura.

Questo colloquio non ha a che fare con Oltre il Giardino ma ci diverte ricordarlo per divertire il lettore con l’evidente analogia, e andiamo a memoria. Carlo Magno passando in rivista i suoi cavalieri con annesse truppe chiede a ciascuno: «E chi siete voi, Cavaliere di Francia?». E il protagonista scintillante e metallico risponde dal chiuso dell’armatura: «Emo, Bertrandino di Gallia Citeriore e Fez…» e seguita con la celata abbassata sicché Carlo Magno si spazientisce: «Perché non mostrate il volto, cavaliere?». «Perché io non esisto» risponde il Cavaliere Inesistente. Carlo Magno a questo punto borbotta qualcosa come: «Oh, be’, boh, ma guarda un po’ tu» e prosegue nella sua ispezione delle forze in campo.

Ricordiamo bene quando il nostro Giardiniere, benché Conte, si presentò su al Colle. Il nostro Carlomagno del Quirinale più o meno gli chiese. «E chi siete voi, cavaliere dello Stivale?». «Avvocato, Presidente, solo avvocato». «Ho letto il vostro curriculum e ci è sembrato eccentrico» disse Carlomagnattarella riferendosi al fatto – scovato da un sagace cronista del New York Times – che l’inaspettato sconosciuto aveva fatto passare come un titolo le lezioni di inglese alla New York University, ciò che aveva onestamente fatto un bel po’ incazzare tutti, Carlo Magno compreso. Poi – andiamo a spanne, ma vicini alla riva della verità – il colloquio proseguì con: «E chi vi ha portato qui, cavaliere avvocato?». E lui: «Il signor Di Maio dello Stadio di Napoli». La fine è (quasi) nota quindi non vale la pena di insistere.

Torniamo al Conte ignoto e subito primo ministro: nessuno ne aveva visto uno, prima. Ha sbagliato parecchie volte i congiuntivi e mostra una curiosità fonetica: non è sempre sicuro della pronuncia delle parole perché si avventura in una selva di luoghi comuni subordinati a grappoli in cui si perde. Una delle sue boe d’ormeggio è l’espressione “a tutto tondo”, che fa supporre una decisa avversione per i tondi parziali. E l’altra – in multiproprietà – “la trasparenza”. Tutto ciò che il nostro Giardiniere spiega è talmente trasparente che alla fine non si vede. Quando andò alla festa di “Liberi e uguali”, anfitrione D’Alema, creò imbarazzo per aver detto di aver chiesto come cortesia personale ai governi dei paesi europei, di prendersi la loro quota di migranti. Come sarebbe a dire, “per cortesia personale”? Ecco, in questo piccolo accidente, non infrequente, c’è il miglior Peter Seller involontario di Conte.

È infatti escluso che avesse intenzione di dire davvero quel che ha detto, ma è vittima di arzigogoli spagnoleschi che non riesce mai a filtrare in un linguaggio limpido. Molto più di quella di De Mita, la sua eloquenza è intraducibile in inglese. La storia del suo rapporto con Salvini, dall’amour passion all’odio senza risparmio, è anch’essa unica nella storia delle democrazie, dove nessuno – mai – è succeduto a se stresso come capo di due coalizioni successive, una di destra che più a destra non si può, e una di sinistra che di più è impossibile. Ne ha risentito alla lunga il suo abbigliamento, passato da un doppiopetto da prima comunione-misto Padrino a una tenuta scamiciata ritenuta più omogenea ai nuovi alleati, perdendo la sua famosa pochette.

Il Giardiniere di Peter Seller non era vanitoso. Era modestissimo e non si rendeva conto di essere oggetto di adorazione e anche di passione femminile. Conte sembra invece avido di adorazione, ma consapevole della necessità di apparire casual, amico del popolo o, come dicono i romani, scaciato. La maledizione con cui è venuto politicamente al mondo è quella di apparire un opportunista che ha vinto alla lotteria. E ne è visibilmente consapevole cosa che aggrava il peccato originario con piccole scompostezze, ma specialmente con eccessi verbali di una ridondanza alluvionale.

Se mai ci leggesse, gli consiglieremmo di rivedere l’originale Oltre il Giardino, in cui il suo modello si esprime in mondo talmente breve ed elegante, da far pensare a tutti che fosse un pensatore sottile, mentre voleva soltanto dire che finché le mele non sono mature, meglio lasciarle sull’albero. Conte invece spiega la storia dell’albero, dà le ricette di quattro torte di mele e poi dimentica da dove era partito. Di sicuro non pensava – ad esempio – a quel che diceva quando si definì en passant “Presidente della Repubblica” perché voleva dire Presidente del governo di questa Repubblica.