Chi è ora il capo del Movimento 5 Stelle, dopo l’addio- spontaneo o forzato – di Di Maio? La risposta è semplice: Marco Travaglio. Forse non è una novità assoluta: Travaglio da tempo tiene strette le redini del Movimento.

Da quando Beppe Grillo ha mollato, al vertice della piramide c’è lui. Nessuno dei dirigenti che ricoprono i vari incarichi nel partito o nel governo ha il carisma, né l’esperienza, né le capacità politiche per guidare un partito. Non le ha neanche Alessandro Di Battista, che forse è il meno fragile e il più intelligente dei leaderini Cinque stelle, ma è ancora in formazione. Travaglio è maturo, è autorevole, è preparato, e soprattutto ha in mente un’idea molto precisa di cosa debba essere questo movimento e di come debba agire.

Travaglio concepisce la lotta politica come una battaglia mortale tra liberali e “eticisti”. E lui, che pure si presenta ogni tanto come erede di Indro Montanelli, liberale, sicuramente, non è. Ha in mente un progetto “eticista”, che non coincide neppure con l’idea originaria di Beppe Grillo. Era un po’ anarchico Grillo – e ancora lo è – e aveva immaginato che il suo movimento servisse a scassare le strutture del potere. Grillo sicuramente è un giustizialista, ma il giustizialismo non è il nocciolo duro del suo pensiero e del suo progetto: è uno strumento per radere al suolo il vecchio potere e il vecchio establishment. È un passaggio necessario nella lotta alle élite e quindi nella costruzione di una nuova elite.

A Travaglio tutto ciò interessa pochissimo. È molto probabile che in un Paese che finisse nelle mani di Travaglio Beppe Grillo, insieme a molto di noi, sarebbe collocato in prigione. Per Travaglio – al contrario esatto di Grillo – il potere è fondamentale ma è uno strumento per affermare il giustizialismo. È il giustizialismo, lo Stato Etico, il comando autoritario sui comportamenti, i costumi, i riti della società, è questo il paradiso al quale aspira Travaglio. Una società controllata perfettamente dallo Stato, guidata da idee reazionarie e da strutture sociali autoritarie e totalizzanti.

Negli ultimi mesi Travaglio ha assunto un ruolo sempre più importante nella guida del Movimento. Tanto che, alla fine, è stato proprio lui a dare il benservito a Di Maio (lo ha fatto un paio di settimane fa con un titolo perentorio del Fatto Quotidiano). Tuttavia fin qui non è riuscito ad assumere il controllo politico dei 5 Stelle. Ora, probabilmente, tolto di mezzo il giovane Di Maio, può finalmente mettere mano al suo progetto.

A questo punto cosa sarà dei 5 Stelle? E cosa sarà del governo? E quale sarà la futura collocazione del Movimento, e la sua consistenza? Il punto essenziale è il Pd. Travaglio punta a fagocitarlo, a trasformarlo in un partito satellite dei 5 Stelle. In parte fin qui gli è riuscito. Il Pd ha ceduto ai 5 Stelle quasi su tutto. Lo ha fatto, per ora, in nome della governabilità. Può spingersi oltre e accettare il diktat di Travaglio? Forse no.

P.S. Ieri Travaglio, nell’editoriale pubblicato sul Fatto, è tornato a polemizzare con noi del Riformista. Ha messo in campo tutte le sue battute geniali e spiritosissime: invece di Riformista lui scrive Riformatorio, quando cita l’editore del nostro giornale lo chiama l’Imputato Romeo (proprio lui che è un aspirante prescritto deluso…) e altre trovate, come vedete bene, sofisticatissime. Ricorda un po’ Buster Keaton. Ragione della polemica? Difendere il suo vignettista Natangelo che aveva pubblicato sulla home page del Fatto una vignetta nella quale raffigurava Craxi costretto a stare per l’eternità con la faccia nella merda e una carota nel sedere. E che poi aveva risposto a un nostro corsivo con un’altra vignetta nella quale raffigurava anche me con la faccia nella merda e una carota nel sedere. A Travaglio queste vignette sono piaciute, lui dice che sono un modo libero e colto per esprimere una critica al craxismo e al garantismo del nostro giornale.

E se il Pd cederà, Travaglio prenderà in mano l’Italia insieme al Pd? Sì, è possibile. Valutate voi a che punto siamo della notte.