La “questione Craxi” non si è mai chiusa. E come tutte le storie che rimangono incompiute, vale la pena di rileggerla, anche dopo vent’anni. All’epoca, intellettuali, politici e giornalisti, la liquidarono con marginalità e moltissime amnesie. Un primo punto fermo. Craxi fu un leader del ‘900: ingombrante, molto discusso, aspramente criticato da quella sinistra berlingueriana che aveva esaltato il leninismo e che aveva, senza indugio, coltivato con feroce ostilità la figura riformista e decisionista di Craxi. La ferita – e l’errore storico – è che sia stato sommariamente liquidato – dagli stessi intellettuali che oggi riempiono pagine di giornali e interi talk televisivi – come caso giudiziario, e non politico. L’errore più grande. Perché di storia politica, invece, si tratta.
La ferita, per chi come noi ha dovuto subìre vent’anni di damnatio memoriae, è ancora aperta.

A vent’anni di distanza, con l’uscita del film di Gianni Amelio, Hammamet, tenendo lontana ogni forma di nostalgia, un sentimento che lasciamo a chi crede che il Psi sia rimasto sepolto nelle macerie di Tangentopoli, il Paese riscopre Craxi. Se lo fa riaprendo un nuovo processo oppure con una seria riappacificazione con la sua memoria e una dovuta revisione storica, questo non è ancora dato saperlo. Ciò che è innegabile è che Craxi diede una spinta innovatrice al Paese, di modernizzazione e coraggio: l’Italia era quinta potenza industriale nel mondo, oggi scivoliamo verso il decimo posto. Portò l’Italia nel novero delle grandi nazioni industrializzate, seppe interpretare i grandi cambiamenti nel Paese. Capì, con il piglio e la visione che gli erano propri, che c’era la necessità di adeguare il mercato del lavoro ai grandi cambiamenti della società industriale; fece grande l’Italia nel mondo, riaffermando la sovranità del nostro Paese nello scacchiere euro-mediterraneo. Sigonella fu uno dei pochi episodi di dignità nazionale: sfidò i grandi della terra: “alleati, non subalterni”. E poi le profezie sull’Europa, le migrazioni, la necessità di rivedere i parametri di Maastricht.

E se la sinistra non capirà che questo è l’occasione per raccogliere l’eredità del riformismo craxiano, riapriremo il fronte alla destra populista, esattamente come avvenne vent’anni fa.
I conti con la storia vanno sempre fatti. Il film in uscita e le celebrazioni ad Hammamet, probabilmente non produrranno una riabilitazione, ma non solleticherà neppure l’esigenza di chi ha archiviato il caso come appendice del malaffare della Prima repubblica. Di certo ha avuto il merito di aprire un dibattito, di parlarne e riflettere sull’errore storico che si aggira attorno alla sua figura. Ed è già un buon punto dal quale partire. Per tutti.