«Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest’ aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro». Era il 3 luglio 1992 quando dai banchi della Camera Bettino Craxi pronunciò queste parole. Sono passati 27 anni, e nulla o quasi è cambiato. Era una questione politica, che politicamente andava risolta, ma così non è stato. Dai cappi in Parlamento alla discesa in politica di uno dei simboli di Mani Pulite, dai girotondi al populismo giustizialista: un quarto di secolo speso a far tornare i conti e gli equilibri tra poteri. Fallendo e fallando: il sonno della ragione (politica) che genera mostri (giuridici).

E così arriviamo all’oggi, con le spettacolari perquisizioni nelle case e negli uffici dei sostenitori della Fondazione Open. Una gogna preventiva messa in atto grazie a veline che come noto non possono che avere una e una sola provenienza. La verità vera è la persistenza del cortocircuito mediatico-giudiziario di cui l’attualità non è che l’ultimo, per adesso, frutto avvelenato. Si narra di un “patto di consultazione” tra i direttori di importanti giornali italiani (alcuni diretti interessati lo confermano, altri lo smentiscono) su cosa pubblicare o non pubblicare a partire dall’arresto di Mario Chiesa, rendendo palese che non era una mera questione giudiziaria, ma politica, anzi di potere. La stampa megafono della muta da caccia della Procura di “Mani pulite”. E non è certo un caso che il capo del pool ebbe a dire: «Quando la gente ci applaude, applaude se stessa». La politica che non crea il consenso, lo ricerca e si limita a inseguirlo non può che produrre l’indisturbato dominio di quest’anomalia. Anche Craxi e Berlusconi, con sfumature diverse, hanno fatto leva sull’antipolitica: il primo interpretando la voce del Paese che chiedeva di sconfiggere la “lentocrazia”, il secondo canalizzando il sentimento antipolitico entro una cornice di dialettica centrodestra/centrosinistra.

Oggi viviamo in tempi più bui in cui l’antipolitica che sta al governo e all’opposizione si nutre di un impasto di risentimento e rancore. Il furore giustizialista, unitamente a esigenze securitarie scompostamente declinate e alla cultura del sospetto hanno prodotto un anno e otto mesi di forca: le abnormità dello Spazzacorrotti, lo stop alle riforme delle intercettazioni e del sistema penitenziario (escludendo così l’estensione delle misure alternative alla detenzione), fino ad arrivare alla cancellazione della prescrizione che introduce il “fine processo mai”, minando uno dei pilastri su cui si basa il nostro ordinamento giuridico. Nuove e antiche questioni ancora irrisolte: e 27 anni non sono certo una ragionevole durata, sperando che il cortocircuito mediatico-giudiziario non abbia, nel frattempo, già individuato e deciso chi governerà i prossimi anni.