Antonio Di Pietro sta raccogliendo le olive a casa sua in Molise. Dice di sentirsi ormai parte dell’associazione combattenti e reduci. D’essersi pentito d’aver fatto politica. Mani Pulite, invece, la rifarebbe tale e quale. «Quell’inchiesta andava fatta in quel modo. La rifarei non una, ma mille volte così come l’ho fatta», dice l’ex pm del pool dello scandalo Tangentopoli. «Allora mi ritrovai tra le mani un malato grave con un tumore gravissimo, la corruzione ambientale, che aveva infettato lo Stato, corrotto la politica e rovinato la libera concorrenza. L’intervento chirurgico era urgente, altrimenti sarebbe morta la democrazia. Poi però è successo che l’Italia si è ritrovata nel vuoto. Era necessario che le redini del governo fossero prese in mano da qualcuno in grado di farlo. Invece il sistema italiano questo qualcuno non è stato in grado di produrlo. Ci siamo affidati al personaggio di turno. Dopo Mani pulite, i partiti hanno cominciato ad addensarsi attorno a una persona. Ora una, ora un’altra. Vista come quella che potesse risolvere tutti i guai del mondo. Così è nato Berlusconi, così è nato Bossi. E anche Di Pietro. Il cittadino dopo Mani pulite ha cominciato a votare più la faccia che la sostanza. Tutto di pancia. Non va bene».

E questo bel guaio l’avrà mica fatto lei?

No. L’intervento chirurgico spettava alla magistratura. Il progetto politico invece no. Non spettava alla magistratura. E invece… La classe politica venuta fuori ora è incapace di risolvere i problemi. Non rifarei politica, se tornassi indietro.

Quelli che per fare politica hanno usato il suo nome, la sua popolarità, lanciati anche da lei, hanno seguito la sua eredità o l’hanno tradita? Parlo di Ingroia, per esempio.

Il primo a salire sul carro del partito personale che è spuntato fuori tra gli effetti di Mani pulite è stato Berlusconi. E pure io. Ma mica siamo stati i soli. Poi è arrivato Grillo. In un momento di grande confusione Grillo è riuscito a portare la rabbia, la voglia di rivalsa e la delusione dei cittadini nelle urne. Meglio nelle urne che a sfasciare le vetrine. È stato bravo. L’errore di Di Pietro e anche di Grillo quale è stato? Lo dico perché i grillini li considero miei figli putativi, sono figli legittimi di Grillo, ma pure figli putativi miei. Io ho fatto un errore: mi sono ritrovato dalla sera alla mattina con un grande consenso popolare, una classe politica da costruire e ho pensato di poterla costruire con chi aveva già fatto politica in precedenza. E mi sono portato appresso nel mio partito parte del tumore della Prima repubblica, purtroppo. Grillo ha fatto un errore diverso. Ha escluso chi aveva fatto politica in precedenza. Come chiedeva Casaleggio padre, che l’aveva capito guardando l’errore che avevo fatto io. E così Grillo ha portato al governo del paese degli incompetenti che a mala pena saprebbero fare un drink al bar.

Visto il clima politico del momento, crede ci sia il rischio di un nuovo ’92, ’93 in Italia? Di un terremoto politico con protagonisti dei magistrati?

Non c’è stato nessun rischio allora, c’è stata una primavera. Il rischio per la democrazia c’era prima, c’è stato fino al ’92 perché il malato di tumore stava per morire. L’intervento chirurgico era obbligato dalla legge. Non l’ho fatto per motivi ideologici, io non ho mai chiesto a nessuno di che partito era. Chiedevo: quanti soldi hai preso?

Prima c’erano Andreotti, Craxi, Forlani. Personaggi discutibili che lasciavano supporre d’aver fatto bene le elementari. Ora c’è Di Maio.

Ha fatto bene a citarmeli. Andreotti, prescritto per mafia. Forlani condannato perché responsabile di finanziamenti illeciti. Craxi per corruzione. Questi c’erano. Padreterni?

No. Ma se Craxi discuteva qualcosa a nome dell’Italia, il cittadino medio poteva avere mille riserve e supporre che chi lo rappresentava avesse chiaro che Pinochet non è stato il dittatore del Venezuela.

Sono preoccupato che un Di Maio qualsiasi rappresenti il mio paese con una conoscenza che è quella che è. Sono amareggiato nel vedere Di Maio che parla delle cose del mondo. Però questo non mi dà la possibilità di giustificare un Craxi che sapeva tutto su come gestire la crisi di Sigonella, tanto di cappello, ma sapeva anche di conti, aveva anche il know how per molto altro. Altro non lecito.

Quindi passati anni dalla morte di Craxi, col senno del poi, lei non ha cambiato idea?

Io non ce l’avevo né con lui né con altri. Io ho trovato un signore con la marmellata in mano. Di quello mi sono occupato.

Quando lei dice d’aver fatto l’errore di importare nel suo partito un modo di fare della Prima repubblica si riferisce a Razzi e Scilipoti o anche ad altri?

Non mi riferisco tanto alle persone, ma a una cultura. Razzi poi è il meno peggio di tutti. In questa legislatura ce ne sono centinaia che hanno cambiato casacca. Stanno zitti o fanno finta di averlo fatto per una ragion di Stato che non esiste. Solo interessi personali. Razzi nella sua ingenuità ha detto perché l’ha fatto. E Razzi, di tutti quelli che hanno cambiato casacca, è l‘unico a essere stato eletto con le preferenze.

Lei litigò con il pool di Milano? Com’erano i rapporti tra lei e Borrelli?

Con il dottor Borrelli ho sempre avuto un rapporto formale, gli ho sempre dato del lei. Un rapporto corretto. Veniva citato da me quotidianamente. L’unica lamentela sua nei miei confronti, un complimento che mi fece in realtà, è che producevo talmente tanti atti da non dargli il tempo di leggere tutto. È una persona per la quale avevo stima perché nei momenti delicati di Mani Pulite ci ha sempre messo la faccia. Lui all’inizio, quando feci arrestare Mario Chiesa, disse: è stato arrestato in flagranza di reato, va in direttissima, tra 15 giorni si chiude tutto. Dopodiché ha avuto modo di prendere atto della realtà dell’inchiesta, ha visto come si allargava. Ebbe modo di capire come il fascicolo cresceva e si comportò in modo corretto. Io lo rispetto. Con gli altri del pool ancora oggi capita che ci troviamo a qualche convegno insieme. A parte Piercamillo Davigo che è al Csm, facciamo parte dell’associazione combattenti e reduci oramai. Il pool di Palermo era diverso. Falcone e Borsellino hanno avuto un pezzo di vita privata insieme. Io con i miei colleghi no, avevamo solo rapporti professionali.

Nessuna lite?

No.

Cosa pensa del generale Mori?

Per rispetto di chi deve scrivere la sentenza di quel processo, parlerò dopo. Sono stato testimone, non posso inficiare la mia testimonianza.

Qual è la verità sulle undici case che sembrava fossero sue? Erano sue?

Sto ancora facendo atti di esecuzione per persone che devono risarcirmi di danni che mi hanno fatto per diffamazione. Alcuni con undici sentenze passate in giudicato. Mai ho portato a giudizio un giornalista che ha messo il microfono sotto il naso di qualcuno che mi ha diffamato, solo le persone che hanno mentito diffamandomi.

Gianroberto Casaleggio come l’ha conosciuto?

Casaleggio l’ho conosciuto per motivi professionali, nel modo più semplice del mondo. Quando ho iniziato a fare politica e lui si occupava già di rete e di comunicazione, m’è arrivata una email che diceva: noi offriamo questo servizio. L’ho incontrato, ne abbiamo discusso. Lui ha gestito per una certa parte la mia comunicazione e io ho pagato il corrispettivo. Poi io ho preferito continuare a gestirla da solo. Lui ha continuato a occuparsi della comunicazione di Beppe Grillo, cosa che già faceva. Siamo rimasti amici, nel senso di rispetto reciproco, ci confrontavamo, l’ho anche difeso in alcune sue cause per diffamazione. Ma non eravamo intimi, non andavamo a mangiare un piatto di spaghetti.

Con Davide Casaleggio ha rapporti?

Non lo conosco bene. Non ho avuto con lui il rapporto che ho avuto con il padre.

Si ricorda di quell’agosto romano di quando lei studiava a Roma, era senza casa e le affidarono un cane? Ah sì. Non è un segreto. Sa, quando vedo i migranti che vengono in Italia io ho rispetto per il loro dolore, io sono stato parecchie volte in una situazione delicata, io mi ricordo di quando sono stato immigrato in Germania e lavoravo tantissime ore, giorno e notte, e dormivo in baracca. Noi ci facevamo un mazzo così. La classe operaia emigrata si è sempre fatta un mazzo così.

Sì, ma il cane?

Andavo a scuola ancora. Lavoravo in una casa editrice a Roma che faceva degli albi. In questa casa editrice c’era una coppia di anziani con un cagnolino bellissimo. Se lo coccolavano tanto. Ad agosto la casa editrice non lavorava. I due signori m’hanno lasciato il cane. Questo cagnolino tutti i giorni a mezzogiorno mangiava una tagliata di vitello. Una al giorno. Io latte e pane. Insomma, per farla breve, gli ho insegnato a bere un po’ di latte e gli ho dato un po’ del mio pane. E ogni tanto mangiavo un pezzettino della sua tagliata. Era più la carne di vitello che il cane buttava che quella che mangiava. Gli ho insegnato a vivere un po’ da cane. Siamo stati benissimo insieme eh! Mi voleva bene. S’era affezionato il cagnolino.