Senatrice Craxi, siamo verso il ventennale della scomparsa di suo padre, lo statista Bettino Craxi, morto in esilio a Hammamet. Il prossimo 19 gennaio sembra che in Tunisia verrà anche il numero due leghista Giancarlo Giorgetti e lo stesso Matteo Salvini dicono sia tentato dalla visita. Se l’aspettava questa svolta leghista?
Chiunque intenda venire ad Hammamet a rendere omaggio a un uomo che ha speso la sua vita per il bene del suo Paese, per la libertà, la democrazia e la pace, è ben accetto. Non parlerei di svolte, piuttosto di maturazione. La storia va scritta bene e aiutata – forse è questo l’unico merito che mi riconosco – ma con il trascorrere del tempo la coltre di menzogne e mistifi cazioni cede il passo e la verità, seppur con fatica, si fa strada.

Lo stesso Umberto Bossi anni fa, in una mia intervista su Panorama, ammise che «Craxi fu uno statista: appiopparono tutto a lui». Ma lei lo sapeva che il Senatùr fece un bel cazziatone a Orsenigo per quel cappio?

Quel cappio è stato e resta uno dei simboli di una stagione di barbarie, di violenze, di ingiustizie e inganni, fatta in spregio al diritto e alla ragione ma soprattutto contro lo stesso interesse dell’Italia. Da quel dì siamo stati – non a caso – sempre più deboli e subalterni; un’economia malata e una terra di conquista per gruppi imprenditoriali e finanziari di ogni sorta. Ma quell’immagine è ben rappresentativa del clima da “caccia alle streghe” di allora. Un clima costruito ad arte e supportato da certa stampa e certi poteri…

Lei è senatrice di Forza Italia, è con Fi da tanti anni, lei che definire craxiana è riduttivo, poiché lei è la Craxi. Che rapporti ha avuto e ha con i leghisti, da Umberto Bossi a Salvini?

Non ho avuto rapporti particolari né con Bossi prima né con Salvini ora. Ma non ho problemi con la Lega Nord. Ho tanti amici parlamentari, ho lavorato bene con loro negli anni di governo e, soprattutto, ho un buon rapporto con la loro base, dove c’è un grande rispetto sia per la battaglia che conduco sia verso mio padre. Pensi che sono stata anche ospite a Radio Padania lo scorso anno… E poi non dimentichi che sono un Senatore di FI eletto in un collegio uninominale…

Ora a Salvini, che a suo tempo si oppose, chiederà di dare una mano perché venga dedicata a Craxi una Via nella sua Milano?

Veramente già nel passato i consiglieri leghisti avrebbero votato a favore. È un pezzo del PD – che sul tema è spaccato a metà – più altri consiglieri sinistri ad opporsi e impedire che a Craxi venga tributato nella sua Città, che ha tanto amato e per cui tanto si è speso, un riconoscimento giusto e doveroso. Negli anni dell’esilio pensava alla “sua” Milano e si commuoveva…

Giorgetti parla del valore che dette suo padre al rispetto dell’interesse e della sovranità nazionale, di cui Sigonella è emblematica. Che differenza c’è nel “sovranismo”, seppur in fase di rimodulazione, della Lega e quello di suo padre?

Non mi avventuro nel gioco delle differenze, per giunta tra tempi e contesti diversi. Craxi era un uomo che amava l’Italia e gli italiani, immaginava un Paese grande tra i grandi, aperto al mondo e alla sua gente, che svolgesse un ruolo guida nell’area mediterranea e mediorientale. Credeva che gli interessi nazionali andassero difesi e promossi e, che nel concerto europeo, nella solidarietà europea, non poteva comunque venire meno, per storia, cultura, tradizione e anche per necessità, il ruolo di ogni singola Nazione. È la ricchezza dell’Europa che ancora oggi non si comprende. Si cerca, invece, una deleteria omologazione che non fa né il nostro bene né quello dell’Unione.

Craxi era un europeista ma non eurodogmatico….

Esatto. Si spese per la costruzione dell’Europa, ma non era né un ideologico né un settario. Vide le storture e le disuguaglianze che prendevano corpo con Maastricht che, rispetto alle premesse, risentiva dell’unione delle due Germanie e dei nuovi scenari. Negli ultimi anni ebbe a definirsi “euro-scettico” e preconizzò con largo anticipo una Unione Europea affetta da “zoppia” in cui a prevalere non fosse una logica da “gerarchie di potenza”. Sapeva che una Ue a trazione nordica avrebbe generato problemi…

Cosa risponde a un certo anti-salvinismo persino con punte di giustizialismo di socialisti che sembrano fermatisi ai tempi del cappio di Orsenigo?

Posso capirli. L’accanimento in quegli anni fu duro, una campagna feroce. Ma dico loro che il giustizialismo non appartiene alla nostra storia e alla nostra cultura. È un male, una deriva che ha avvelenato i pozzi della vita civile, democratica e istituzionale.

È un fatto che Silvio Berlusconi sia l’unico leader che senza se e senza ma abbia difeso sempre la memoria di Craxi. E lei ha detto che c’è più rispetto per lui nel centrodestra che nel centrosinistra…

Non lo dico io. È la realtà dei fatti che solo chi non vuole non vede. Berlusconi poi non ha mai avuto remore nel dire che nel biennio ‘92 – ‘94 si è consumato un “colpo di Stato” che ha portato alla distruzione delle forze politiche che avevano reso grande, democratica e progredita l’Italia. La sinistra, invece, nel migliore dei casi tace. Nel peggiore, beh…

Come se lo spiega?

Questa sinistra resta la figlia di “Mani pulite”. Lì si trova il suo presunto riconoscimento e da quel brodo di cultura che impasta delegittimazione della politica e delle istituzioni, populismo, giustizialismo, moralismo, ipocrisia e doppiezza, nasce il grillismo. Due sottoculture giacobine che pericolosamente si ritrovano a braccetto.

Dal Pd, dal centrosinistra, cosa si aspetta per il ventennale? Verrà qualcuno dei suoi leader, finora mai andati sulla tomba di Craxi, ad Hammamet?

Me lo auguro. Porrebbero fine ad una anomalia tutta italiana. Li attendo a braccia aperte, purché abbiano il coraggio di dire parole di verità. Ma sia chiaro: oggi, serve riconoscere non i meriti di Craxi – quelli sono evidenti – ma devono parlare della sua persecuzione mediatico-giudiziaria. Non esiste un Craxi buono (Sigonella, euromissili, ecc.) e uno cattivo (finanziamento, processi, ecc). È l’orecchio da cui non ci sente questa sinistra! Si dicono riformisti? Vengano ad omaggiare l’ultimo grande leader della sinistra riformista che hanno fatto morire in esilio.

Secondo Martelli, intervistato da Veltroni per il Corriere, ci sarebbero stati margini per L’Unità socialista. Secondo suo padre, nel mio libro “I Conti con Craxi”, no. Lui racconta che Occhetto andò da lui e ammise: «i miei vogliono la Dc». Che opinione ha?

Parlano i fatti. Primo. Dopo il 1987 Craxi continua a porsi il problema di assicurare una maggioranza di governo e un esecutivo al Paese visto che il Pci ancora sognava l’eurocomunismo e continuava a prendere soldi da Mosca nonostante le crepe del Muro fossero evidenti. Secondo. Craxi non voleva distruggere i comunisti, ma cambiarli. Ricordo che, proprio su loro richiesta nel ‘91 non va ad elezioni anticipate e fu proprio lui a far patrocinare l’ingresso dei post-comunisti nell’Internazionale socialista. Il giorno dopo erano in giro per le Cancellerie a sputargli in faccia… Terzo. La loro indisponibilità non è una mia invenzione o di Craxi. Lo dicono loro. Lo certifica Occhetto, lo scrive Paolo Franchi nel suo ultimo lavoro…

Quindi, Martelli?

Forse si è fatto prendere da un eccesso di autocritica, o meglio, di critica. Non vorrei che Veltroni abbia resuscitato qualche complesso di inferiorità che, specie prima e dopo Craxi, ha albergato nel mondo socialista.

Nell’ex Pci chi si è comportato meglio con lei e con la sua famiglia?

Premessa. La vicenda Craxi non è una vicenda che può essere derubricata sul piano personale o familiare. Era e resta una questione politica, una spada di Damocle che pesa sulla nostra Repubblica. Noi abbiamo attraversato anni duri. Non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello umano e lavorativo, in cui sono mancati molti presunti amici. Secondo lei potevo aspettarmi qualcosa dai compagni del Pci?

Ma ci sarà stato qualcuno che negli anni ha provato a sanare la ferita.

Mah, guardi, degli ex-comunisti quello che più di ogni altro ha inteso proferire qualche parola di verità su Craxi è stato, nel bene e nel male, Giorgio Napolitano. Penso alla lettera del decennale fatta da Presidente della Repubblica. Con lui, anche per ragioni istituzionali, ho costruito un rapporto di lealtà e rispetto improntato alla massima franchezza…

Ci può anticipare le principali iniziative per il ventennale in Italia e Tunisia?

Il 2020 sarà un anno “craxiano”. La Fondazione a lui titolata ha dato vita a un “Comitato d’onore” animato da personalità del mondo riformista, da esponenti dell’istituzioni, dell’economia, dell’impresa, dell’arte, dello spettacolo e della cultura. Ci saranno iniziative su tutto il territorio nazionale e all’estero, diverse per impostazione, argomento e natura in grado di parlare a tutti. Convegni, ricerche, pubblicazioni, mostre… Non ci sarà da annoiarsi. Si parte da Hammamet il prossimo 17 – 19 gennaio e si continuerà per tutto l’anno.

Dal premier Conte si aspetta un messaggio? E dai Cinque Stelle?

(Sorride, ndr). Lo deve chiedere a loro. Non sono una donna di fede, non ho questo dono, ma sono una donna ostinata… chissà, magari prima o poi! Ma vuole sapere una cosa?

Dica pure…

Alcuni pentastellati non riconoscono Craxi come l’uomo nero. Alcuni di loro mi fermano nei corridoi del Palazzo per parlarmene e chiedermi, pensi un po’! Se lo sapesse il supremo tribunale dell’inquisizione…
 
Quale è la lezione principale che viene da Craxi per l’Italia di oggi?

Non c’è una sola lezione. L’azione politica di Craxi, le sue intuizioni e la sua lettura della realtà è una eredità ancora viva che parla al futuro di questo Paese…

Che cosa vi siete detti l’ultima volta lei e suo padre?

So bene che rischio di non essere creduta ma fino all’ultimo momento parlava di politica. Eravamo a tavola e guardava il tg e si chiedeva che fine avrebbe fatto l’Italia. La sua Patria.