Nicola Gratteri tra l’altroieri e ieri ha occupato militarmente la 7. Era un po’ ovunque. La scena madre l’ha fatta dalla Gruber, del tutto incontrastato. La Gruber gli ha molto sorriso e gli ha chiesto «cosa ne pensava». Che, a guardar bene, è una bella domanda: insidiosa… È di meno di un mese fa il discorso del Presidente Mattarella ai magistrati giovani. Diceva loro di non cercare la notorietà, di essere sobri, di non apparire in Tv, diceva che il loro compito è quello di indagare e poi giudicare, non quello di esporre teorie.

È di un paio di mesi fa il discorso del Procuratore generale della Cassazione, che esprimeva, più o meno, le stesse idee poi riprese poi da Mattarella. Che alla fine sono soltanto le idee che furono scritte nella Costituzione. Mattarella e Salvi sono persone che conoscono bene la Costituzione. Forse anche Gratteri. Non so. Se la conosce, però, non gli piace. Non è che una cosa, solo perché è la legge fondamentale dello Stato, debba piacere per forza a tutti. Ci sono tantissime leggi che a me non piacciono, per esempio, e ho diritto di non farmele piacere.

È difficile pensare che Gratteri non abbia compiuto consapevolmente la sua sfida a Mattarella e ai vertici della magistratura. In questo ha dimostrato coraggio. È andato in Tv – non so se su sua esplicita richiesta – per sostenere idee politiche che non hanno a che fare con il suo lavoro, cioè con quello che la Costituzione gli assegna. Ha chiesto che le carceri irrigidiscano il loro regime interno (bloccare ogni possibilità di contatto con l’esterno, ha detto, silenziando i telefoni: idea opposta persino alle blande concessioni del governo in questi giorni di Coronavirus), ha protestato contro la possibilità di scarcerazioni, chiesta dall’Oms, dal papa, dal Presidente della Repubblica, dall’Anm, dagli avvocati, dai giuristi, ma osteggiata da Travaglio.

Gratteri ha sostenuto che scarcerare equivale a sottomettersi al crimine, ha spiegato che bisognerebbe costruire carceri da 5000 posti, come fanno gli americani, mentre da noi le carceri hanno al massimo 1400 posti, ha raccontato che a New York c’è un carcere da 18.000 posti e che funziona benissimo. Nessuno gli ha fatto notare che il carcere di New York ha 10 mila posti (a Gratteri è sempre piaciuto esagerare, anche coi mandati di cattura) e che siccome quel carcere ha una storia fosca di violazione di diritti e delle leggi, le autorità americane hanno deciso di smantellarlo e suddividere i prigionieri in tante prigioni più piccole, dove è meno facile la sopraffazione dei diritti. Succede che Gratteri dica delle cose imprecise e che non glielo si faccia notare.

Poi ha esposto in libertà esporre le sue idee sul fatto che il Coronavirus da una mano alla mafia, e infine ha parlato di se stesso, dei rischi ai quali è esposto, della necessità di aumentare sempre i livelli di sicurezza. Ha detto che non ha paura, per la sua incolumità, della piccola ‘ndrangheta stracciona, ha paura dei poteri forti. L’affermazione è passata così, sotto silenzio. È abbastanza clamoroso che un Procuratore della Repubblica vada in Tv a dire che i poteri forti lo vogliono uccidere. Chi sono i poteri forti? La Confindustria? Il Vaticano? La Cia? I servizi segreti? O sono poteri collegati col governo, o con l’opposizione?

A Gratteri tutto questo è consentito. L’unica cosa che non è consentita, quando si parla di Gratteri, è criticarlo. Il fatto che diverse sue clamorose operazioni giudiziarie si siano concluse con un numero di assoluzioni o di archiviazioni altissimo, che in alcune occasioni le condanne non abbiano superato il 4 per cento rispetto al numero degli arrestati, è argomento sempre tabù. La stampa non se ne è mai occupata. Né la Tv. I pochi giornalisti che qualche volta hanno ricordato questi dati sono stati accusati di malafede, ingratitudine, fecniusismo, e infine mafiosità probabile.
Non solo ai giornalisti non è concesso di criticare Gratteri. Neppure ai suoi colleghi. Chi lo ha fatto si è preso dei lisciobussi feroci da parte del Csm e del sindacato dei Pm. È stato accusato di disfattismo.

Il povero Procuratore generale di Catanzaro, che era rimasto stupito della retata decisa da Gratteri e dal suo Gip, a sua insaputa, con più di 350 arresti (una cosa mai vista, e che ha provocato nei giorni successivi un’ondata di scarcerazioni) e aveva manifestato questo suo stupore, è stato su due piedi degradato e spedito a 1000 chilometri da Catanzaro. Gratteri ha sorriso, ha avuto la controprova che lui è il più forte. E se è il più forte, nessuno può fargli notare che il magistrato ha qualche dovere, almeno, di riservatezza. Nessuno gli può dire che la politica carceraria non spetta al Procuratore di Catanzaro. E che un Procuratore in carica non è un commentatore Tv.

Nella sua ultima spedizione televisiva, Gratteri ha ottenuto un’altra sicurezza. Che comunque lui è un grado di passare attraverso i giornalisti senza ricevere domande scomode. È di questi giorni la notizia clamorosa di un terreno di 8000 metri quadrati, che apparteneva a un ospedale e che è stato invece concesso a Gratteri, almeno per dieci anni. Da chi? Dai commissari che gestiscono la sanità calabrese, e in piena emergenza Coronavirus.

Se fosse successa una cosa del genere a un politico, giornali e Tv sarebbero impazziti. Lo avrebbero immediatamente appeso alla forca mediatica messa su in cinque minuti. A Gratteri neanche una domanda. Neanche una, magari piccola piccola. Magari sottovoce. Eppure, la Gruber è brava, è informata. Si sarà distratta. Succede.