Con quale faccia il ministro Bonafede ha avuto il coraggio di ringraziare il personale del Palazzo di giustizia dopo l’incendio che ne ha devastato tre piani, per il «puro ed encomiabile spirito di servizio» che va «oltre quello che è dovuto allo Stato»? Con quale faccia il Guardasigilli insulta il personale amministrativo che, in presenza di una calamità mondiale, mentre i magistrati possono scrivere le sentenze a casa, ha rischiato la vita perché costretto a lavorare in un tribunale insicuro, non ancora del tutto informatizzato e pieno di carta e materiale infiammabile?

L’incendio, dovuto a un cortocircuito proprio nell’insufficiente sistema informatico, è scoppiato di notte. Le tenebre hanno evitato la strage, ma il disastro era ampiamente previsto e annunciato da tanti episodi precedenti.
Il “mitico” Palazzo di giustizia di Milano, quello dove c’è la Procura che viene sempre citata a esempio per la sua efficienza, anche quella storica che venticinque anni fa tagliò la testa a una classe dirigente sia imprenditoriale che politica, da un po’ di tempo mostra vistosi buchi nella sicurezza. Si parte dal 2015, quando una persona, imputata in un processo, non solo riuscì a entrare nel palazzo con un’arma, ma anche la seppe usare e fece una strage, uccidendo tre persone, un magistrato, un avvocato e un coimputato.

Fu proprio allora che il governo Renzi ebbe una bella pensata, togliere al Comune di Milano, proprietario del palazzo ideato dall’architetto Piacentini negli anni Trenta, le competenze sulla sicurezza e anche sulla manutenzione. I risultati eccoli qua. Il 18 gennaio del 2019 un giovane avvocato milanese, appoggiandosi a un parapetto prospiciente lo scalone, è finito dabbasso e ha riportato gravi lesioni permanenti. Ma i lavori di messa in sicurezza non partono. Nel regno dell’efficienza lombarda qualcuno mette delle transenne, qualcun altro qualche pianta di fiori. Dei cerotti, insomma.

A Roma intanto trionfa la burocrazia, si stende un progetto, ma non parte la gara per l’assegnazione dell’appalto. Alle migliaia di cittadini che ogni giorno, imputati, testimoni, avvocati, magistrati e personale amministrativo, frequentano il Palazzo di giustizia di Milano, non resta che non appoggiarsi mai ai parapetti, evitare gli ascensori (spesso guasti per via dei problemi al sistema) e fare lo slalom tra transenne e piante fiorite, per raggiungere gli uffici e le aule di giustizia.

È presente nell’aula magna lo scorso primo febbraio per l’inaugurazione dell’Anno giudiziario, il ministro di Giustizia Alfonso Bonafede, in un clima di grande tensione per la controriforma della prescrizione. L’attenzione di tutti è concentrata sul membro del Csm Piercamillo Davigo e sulla protesta degli avvocati che lasciano l’aula quando lui prende la parola. Ma è proprio quel giorno che la presidente della Corte d’appello Marina Tavassi sgancia una bomba atomica che avrebbe dovuto far arrossire il ministro, qualora fosse capace di rossore.

«Non può tacersi- aveva detto l’alto magistrato- dei gravissimi ritardi con i quali il ministero della Giustizia risponde alle richieste urgenti reiterate insistentemente». Aveva posto l’accento su otto cancelli che si erano rotti e sulla necessità di metter mano a «interventi di adeguamento rispetto alle norme sulla sicurezza sul lavoro» e in particolare «il rifacimento del sistema antincendio del Palazzo, non funzionale e necessitante di integrale ristrutturazione». Bonafede aveva risposto a modo suo, proprio come oggi, ringraziando per l’attenzione e garantendo il suo massimo impegno. Il risultato è palese a tutti.

Anche se in quei giorni in cui il dibattito sulla giustizia era concentrato su un altro tema importante e conflittuale come l’abolizione della prescrizione, il grido d’allarme della presidente Tavassi non era sfuggito al quotidiano del Consiglio dell’ordine degli avvocati Il Dubbio e al giornalista Giovanni Jacobazzi, che aveva denunciato: «Il tribunale di Milano sta andando a pezzi». E proprio quell’articolo e il successivo incendio sono stati ieri oggetto di un’interrogazione al ministro da parte del deputato Pierantonio Zanettin, il quale chiede a Bonafede «quali iniziative di propria competenza in questi mesi il ministro della giustizia abbia assunto per mettere in sicurezza il Tribunale di Milano».

Mentre il ministro pensosamente riflette, chissà se troverà il tempo per rispondere, visto che ancora non ha spiegato neanche come e quando troverà i braccialetti elettronici per poter mandare ai domiciliari i detenuti in fine pena o con condanna inferiore ai 18 mesi. O magari, dopo la tirata d’orecchie ricevuta persino dal plenum del Csm, almeno rinunciare a condizionare l’uscita dal carcere con il controllo dei braccialetti. Tra l’altro uno dei settori danneggiati e allagati dai getti d’acqua dei pompieri è proprio quello degli uffici del tribunale di sorveglianza, dove tutto è cartaceo. Il che allungherà inevitabilmente i tempi.

E va considerato anche che nel frattempo stanno aumentando nelle carceri lombarde i contagi e le quarantene sia di detenuti che di agenti di polizia penitenziaria a causa del Covid-19. Ma è sempre serafico il Guardasigilli: «È giusto che i cittadini sappiano che il ministero sta dando e darà tutto il sostegno possibile». E intanto la casa della giustizia brucia. Speriamo non anche le carceri.