San Leonardo ebbe il privilegio di liberare i carcerati: ciò che la sua anima riconosceva puro, sciolte aveva le mani dalle catene, liberi i piedi dai pesanti ceppi. Santo diventò Leonardo, santo dei carcerati, la Gallia aveva per re Clodoveo, mica si occupava di giustizia un ministro dj. E la Chiesa aveva Rocco che partiva dalla Francia per abbracciarsi gli appestati Lombardi. Quando il Vangelo era vivo, un folle, votato a una qualunque fede, che si abbracciasse un prigioniero o un infettato, lo si sarebbe trovato. Ora che il Vangelo è morto, giacciono in fila e muti quindici carcerati, periti fra Modena, Rieti e Bologna, che nemmeno un santo potrebbe più liberarli. Quindici vite entrate mosse e uscite stese dalle dita dello Stato.

Ora che il Vangelo è morto gli infettati spariscono lungo i corridoi di linoleum, sbiancati dai neon: si spengono senza abbracci, senza vedere le lacrime nascoste nei volti mascherati. La Chiesa non fabbrica più mistici e folli, sbarra le porte delle cattedrali e lascia fuori il dolore. I soldati di Francesco hanno dato le spalle al fratello, lo consolano con lo streaming, quasi lo interrogassero, pure se non ha le colpe degli imputati collegati in videoconferenza. Nemmeno la società fabbrica più mistici e folli, ci sono pochi pazzi a chiedere conto di quindici morti, ci sono quattro illusi a vestirsi da Leonardo e a implorare che si aprano le porte delle carceri.

Ora che il Vangelo è morto, i cuori e gli intelletti hanno preso il diploma da ragioniere: fanno di conto. Gli piace ciò che piace, aspirano ai like più che alla santità o al martirio. Il Vangelo è morto e non c’è un Pasolini a pagarlo oro perché lo racconti, tacciono quelli che il sistema ha elevato a grandi. Ora che il morbo impazza corrono genti all’impazzata, levano dalle camerette le immagini del Che, le sostituiscono con quelle di Pinochet e non vogliono saperne dei morti carcerati, invocano solo eserciti perché tengano di mira gli appestati.