Circa 3000 detenuti con condanne o residui pena non superiori a diciotto mesi potrebbero nei prossimi giorni lasciare le carceri in direzione della propria abitazione, agli arresti domiciliari. Lo prevede il decreto governativo sul coronavirus, un piccolissimo passo rispetto a quel che propone da giorni il Riformista insieme alle Camere Penali.  Bisogna risalire alla cultura radicale, liberale e di una parte della sinistra d’un tempo per ritrovare qualcuno (come ha fatto nei giorni scorsi Matteo Renzi) che ricordi come la detenzione in carcere dovrebbe essere l’extrema ratio nell’applicazione della pena. La quale dovrebbe servire a rieducare e non a vessare, soprattutto con strumenti che ledano la dignità della persona. E anche che se le carceri scoppiano (61.230 carcerati su una capienza di 50.931) il fatto è dovuto prima di tutto all’uso abnorme della custodia cautelare, poi alla scarsissima applicazione delle misure alternative previste dal codice del 1989 e infine a una serie di norme fortemente repressive e spesso incostituzionali votate dagli ultimi governi.

Il provvedimento del governo ha già in sé un ostacolo, il reperimento dei braccialetti elettronici, che per il ministro Bonafede sono indispensabili come lo erano una volta i ceppi ai piedi. Ci troviamo quindi già davanti a una nuova, faticosa scommessa. Si riuscirà a usare il metodo “ponte di Genova”, dando un calcio alle lungaggini burocratiche, per reperire questi strumenti di controllo, oppure, dopo l’immane sforzo di democrazia il ministro Bonafede, esausto, si affiderà alla sorte, cioè ai tempi biblici per eseguire il provvedimento?

Lo svuotamento delle carceri è indispensabile, il provvedimento di ieri è già tardivo e non ha saputo evitare le proteste dei detenuti in seguito alla sospensione dei colloqui. Se ci sono infatti luoghi dove la sofferenza quotidiana può trasformarsi in angoscia e stress in presenza della possibilità di epidemia, queste sono le istituzioni totali. Il Coronavirus ha illuminato a giorno la loro esistenza: il buio delle carceri, la solitudine delle case di riposo, il disagio delle malattie psichiche. Quello che oggi per tutti noi, con la presenza di un virus ignoto e insidioso, comporta già un mutamento radicale della vita quotidiana, un presente che non vede nell’immediato un futuro, una privazione del sogno e del progetto, per persone già prive della libertà rischia di essere solo un buco nero senza fine.

Per questo, oggi più che mai, un programma liberale per la giustizia è quanto mai urgente. Ripensare daccapo i principi del codice accusatorio, già fortemente inquinato nel corso degli anni da un legislatore condizionato da una casta di magistrati ancorati alla vecchia inquisizione. E porre un freno alle manette facili del carcere preventivo. Ma, prima ancora di mettere mano alle riforme, mettere in campo provvedimenti come l’amnistia e l’indulto, come forme di riparazione verso una serie di norme repressive che hanno trasformato il carcere nel contenitore di ogni problema sociale, persino di ogni fastidio.

Ci sarebbe piaciuto che il provvedimento del governo non fosse stato determinato dal coronavirus e dalle proteste, ma che fosse solo un fatto di civiltà. Che fosse esteso per esempio anche ai tanti anziani, malati psichici, tossicodipendenti che vivono nelle prigioni italiane. Si tratta di persone che dovrebbero stare altrove, nelle case, negli ospedali, nelle comunità. Sempre, non solo quando c’è il timore che un virus ignoto e pericoloso crei un problema di salute nella convivenza e nella promiscuità. Perché il problema c’è sempre. Basterebbe applicare le norme della Costituzione per affrontarlo, e magari risolverlo.

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