Antropologicamente, parla quell’italiana di chi non l’ha mai appreso come madrelingua, ma soltanto attraverso i corsi che usano come materiale didattico verbali, sentenze, ricorsi, sub iudice e crede realmente che esista una categoria del pubblico impiego denominata anche dalla Treccani come quella degli Addetti ai Lavori. Si riferisce sempre, senza l’ombra di un ammiccamento di distanza ironica, agli Addetti ai Lavori. Questo sprout antropologico deriva in Italia da alcune nicchie del Neolitico, epoca eroica in cui gli umani smisero con riluttanza di usare clave e saccheggi per esaminare la possibilità di creare un orto, allevare due capre e creare utensili. Non è questione di destra o sinistra: questa conformazione – peraltro vincente della sopravvivenza umana – si è imposta geneticamente attraverso l’uso del Pugno Di Ferro ed espressioni succedanee fra cui i famosi Addetti Ai Lavori cui il ministro fa riferimento totemico ma come se parlasse di creature reali. Alfonso Bonafede è daltonico. Non nel senso di chi non vede i colori, ma di chi non vede la differenza fra colpa e dolo.

Gli adulti non gli permisero mai di difendersi dicendo “Non l’ho fatto apposta”. L’hai fatto sempre apposta – gli rispondevano gli adulti umiliandolo: sei colpevole specialmente quando non lo sai. Come il Franti del libro Cuore commentato da Umberto Eco, che colpa può avere? Certo, almeno, Franti sorrideva imbarazzato. Una debolezza cui lui non ha mai ceduto. È convinto – diversamente da Rousseau di cui usa solo la piattaforma – che ogni essere umano sia un criminale nato da trattenere in appositi arredi urbani distinti almeno idealmente tra Domiciliari e Carcerari. Pensa – e con sfrenato coraggio afferma facendosi you-tubare da Vespa in uniforme d’ordinanza con grisaglia cravattone celestone, pochette senza pizzi e sguardo sbirro (e che vale la pena ricordare, stampare, incorniciare e appendere) che: “Quando del reato non si riesce a dimostrare il dolo, diventa un reato colposo”.

La cosa di lui più ammirevole è che non ha mai capito perché questa sua frase abbia provocato un putiferio e perché ogni persona dotata di buon senso e di leggere infarinatura giuridica, ne abbia chiesto le immediate e irrevocabili dimissioni. Lui, Bonafede di nome e di fatto, c’è rimasto male. Noi pensiamo che il suo candore meriti protezione come ogni biodiversità. E che, d’altra parte, come ogni evento non positivo – tipo ponte Morandi e Coronavirus – debba essere considerato anche come una opportunità. Con le carceri ha saputo mostrare sia la dura madre – che è una frattaglia del sistema nervoso centrale – che il pugno duro, che è una frattaglia politica. Ed è un vero peccato che non sappia esprimersi in modo adeguato per spiegare ogni azione e decisione. Ma semmai un giorno tale evento accadesse, tutti ci sentiremmo arricchiti così come accadde quando la stele di Rosetta ci permise di decifrare senza scampo tutte le cazzate che dicevano gli antichi egizi.

Egli è refrattario alla penetrazione di ogni genere di sentimento, come caratteristico della sua linea evolutiva. E dunque gli è completamente rimbalzata ogni implicazione umana, umanitaria, civile, psicologica, cristiana o di altra dottrina che includa sia pure in via ipotetica la capacità di sapersi mettere con i piedi nelle scarpe altrui, infilare sia pure in tono minore un “ma”, un qualsiasi segno di multilateralità di quella che da anni la psichiatria chiama Intelligenza Emotiva. Bonafede viene dalla linea dei migliori surviver del Pliocene quando infatti non esisteva l’umanità. In un ambiente copiato dai film di Harry Potter in cui lo si distingue dalle altre enciclopedie allineate e dalle enormi porte azteche scolpite dagli schiavi Atlacatl come prede di Carlo V dalle Americhe, egli ha letto un frammento della Scrittura delle Procure e Delle Polizie in cui, con pochissimi inciampi fonetici e senza mai dar luogo al fenomeno detto dell’espressione, ha pronunciato un intero salmo della Restauratio Ordinis: il “Covid Carcerorum” retto, anzi appeso, ad un unico “Innanzitutto”.

È un testo che risente di arcaismi perduti dai tempi di un altro siciliano di ferro, Mario Scelba ministro dell’Interno e della Celere in Guerra Fredda e Antisindacale, e tuttavia uomo di rara apertura umana. Bonafede officiò il tema della sciagurata sanguinosa disperata e sgraziata ribellione spartachista dei prigionieri dei più feroci istituti di pena d’Europa sanzionati in sede giuridica internazionale come luoghi di tortura e di inflizione, dicendo: «Innanzitutto, i cittadini sappiano che se molti di questi disordini sono rientrati, è stato grazie alla professionalità, all’abnegazione e al paziente lavoro delle donne e degli uomini della polizia penitenziaria, ai quali si sono uniti gli importanti rinforzi delle forze dell’ordine. Nonché grazie a tutto il personale dell’amministrazione penitenziari, a partire dai direttori delle carceri e dai provveditori. Si tratta di autentici servitori dello Stato a cui deve andare il plauso di tutti i cittadini».

Ognuno vede, tranne il ministro, l’innocua perentorietà del pistolotto: quanto ai servitori dello Stato, i cittadini non hanno certo bisogno della sua certificazione per capire che si tratta di eccellenti e sventurati servitori dello Stato, condannati anche loro a vivere e fronteggiare una situazione infetta, rischiosa, incerta, mal remunerata e comunque estranea al principio secondo cui i detenuti non dovrebbero scontare una pena ma percorrere un cammino, eccetera eccetera.

A lui, il ministro, sarebbe toccato dire altro ai cittadini che lo hanno in qualche misterioso modo spinto sullo scranno del ministero: avrebbe dovuto spiegare perché – essendo la situazione sanitaria e della paura connessa all’infezione, molto prevedibile – non avesse emanato per tempo le direttive necessarie a far fronte alla prevedibile tragedia. Ma naturalmente non lo potrà spiegare mai perché non ha saputo far altro che sbalordirsi, affidandosi a Santa Rosalia e poi con un idrante innaffiare con parole banali, retoriche, insignificanti e caporalesche gli agenti, i dirigenti e tutti colto che hanno fronteggiato una situazione marcia. Una situazione che comunque avrebbe richiesto una materia prima come l’intelligenza immaginativa. L’arte di calcolare per tempo le conseguenze dalle premesse, di capire che tra i fattori dell’ingegneria di governo ci sono anche fattori al ministro ignoti, come la fragilità, la rabbia cieca, l’ira, la frustrazione e la pena infinita dell’istituto delle pene.