Con un indulto molto leggero, di soli due anni (l’ultimo, quello del 2003, fu di tre anni) uscirebbero di prigione poco meno di 17mila detenuti. Con un indulto di tre anni ne uscirebbero più di 24 mila. A questi potrebbero aggiungersi (semplicemente con un decreto governativo che ripristini la legalità violata: tra qualche riga spieghiamo perché) più o meno altri 10mila detenuti, e cioè circa la metà di quelli che sono stati messi dietro le sbarre prima della condanna definitiva, e che quindi, a norma di legge, sono non colpevoli, in larghissima parte non sono affatto pericolosi, né possono inquinare le prove di delitti commessi vari anni fa, e vengono tenuti al fresco per una sola ragione: indurli a confessare. È un metodo che si usava spesso prima della rivoluzione francese, e all’epoca veniva chiamato con una parola facile: tortura. È illegale, viola tutti i principi della civiltà, ma una parte significativa della magistratura lo adotta e nessuno, di solito, ha niente da obiettare.

Con l’indulto potrebbero uscire dalla prigione tra i 15mila e i 35mila detenuti, e si risolverebbe, almeno per alcuni anni, il problema del sovraffollamento. Non uscirebbero dalla prigione i serial killer e i grandi trafficanti di droga, gli stupratori e gli stragisti. Uscirebbero persone con piccole condanne o persone che già hanno scontato quasi interamente la loro pena. Chiaro? Ieri il conto dei morti per le rivolte che sono esplose in una trentina di prigioni italiane è arrivato a 12. Sembra che l’opinione pubblica non sia molto scossa. Anche perché i giornali non danno peso, le Tv nemmeno, i social, sempre attenti e indignati, dormono. Ci si indigna per i vitalizi, cosa volete che sia, di fronte allo scandalo dei vitalizi, una dozzina di detenuti crepati? Se erano detenuti qualcosa l’avranno fatta, no? Muoiano senza ammorbare noi. Dodici morti in poche ore. pensate cosa sarebbe successo se quei morti non avessero avuto le divise a strisce.

Nelle pagine seguenti pubblichiamo un articolo molto bello di monsignor Paglia, che spiega la dottrina cristiana e la necessità di amare i prigionieri come fratelli. Il Vangelo dice così. E papa Bergoglio lo ha ripetuto tante volte, e di nuovo lo ha ripetuto ieri. Noi siamo laici: nessuno è obbligato a seguire il vangelo, né Bergoglio, però c’è un problema di civiltà e di diritto. Un giorno sì e l’altro pure ci dicono che siamo italiani. A me non importa moltissimo di essere italiano o francese o della Thailandia, ma visto che pare che l’italianità sia diventato un punto d’onore, mi chiedo: anche la nostra Costituzione è un punto d’onore?

Del resto non c’è bisogno neppure di ricorrere alla Costituzione, c’è la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che ha più di 70 anni, è chiara e bella come la Costituzione. I prigionieri sono cittadini – dice – non possono essere sottoposti a pene crudeli, il senso della prigione non è la vendetta ma la rieducazione. E allora? Cosa ci stanno a fare in cella 61mila persone con 50mila (o più probabilmente 40mila) posti letto? E cosa ci stanno a fare, per un anno, o per due anni, a rovinarsi la vita e a imparare a delinquere, 20mila ragazzi che hanno commesso reati minimi per sbarcare il lunario o per procurarsi uno spinello o una piccola quantità di droga?

È chiaro che il problema delle carceri è una questione molto grande, che richiede un complesso di interventi legislativi. Non basta l’indulto. Va modificato il codice penale, anche il codice di procedura, i regolamenti carcerari, un insieme di disposizioni amministrative, le linee guida per la magistratura di sorveglianza, i controlli su come viene applicato il carcere preventivo. Bisogna procedere a una robusta depenalizzazione e a una riduzione delle pene, che da anni crescono, crescono, raddoppiano quelle previste dal regime fascista. I dati ci dicono da tempo che esistono delle incongruenze evidentissime nella situazione delle nostre prigioni.