Qualcosa si muove se non ancora nelle reti televisive e nei talk show, almeno con qualche primo intervento sulla grande stampa. Tra gli altri, Piero Ignazi su La Repubblica si interroga sul rapporto tra le misure antivirus e lo stato della democrazia, sulla sospensione delle libertà individuali.  Sul Riformista avevamo provato a indagare il lato nascosto della decisione, chi in realtà prende le decisioni e come le prende. Non sono in discussione né il ruolo della scienza né l’attività del governo in una società civile organizzata e in un paese democratico. Però non deve sfuggire, dietro la necessità di prendere misure efficaci contro un pericolo reale (cioè la diffusione del virus e la possibilità che il sistema sanitario nazionale non riesca più a farvi fronte adeguatamente) la costruzione non necessariamente consapevole di un regime ademocratico: un regime proprio fondato sullo stato di eccezione.

Si costituisce così una particolare forma di governo fondata sul connubio tra esperti e governanti che sequestra ogni decisione strategica rendendola indiscutibile. Nasce una nuova autorità, un nuovo decisore, fuori dal circuito classico della democrazia rappresentativa. L’opposizione può contrastare questo o quel provvedimento, e lo fa, ma solo per rivendicare la propria candidatura al governo del Paese nello stesso sistema. La critica di sistema e alla filosofia generale che ispira le singole scelte è bandita, così come il ruolo della politica. Per pensare a quanto ci si stia allontanando dalla sua sovranità, esercitata in nome del popolo, basti ricordare la famosa formula di Alcide De Gasperi: datemi su un problema i pareri diversi degli esperti e io, la politica, deciderò cosa fare.

Uno studioso come Ignazi, non appartenente a quell’area di intellettuali che lavora sullo stato di eccezione, ci dice ora che “l’eccezionalità del momento è presente a tutti e ciascuno deve fare il possibile per evitare che il contagio si diffonda. Allo stesso tempo, però, va ribadito che questa situazione deve essere limitata nel tempo e non prorogabile qualunque cosa succeda, in quanto intacca i diritti inalienabili della persona”. Bene, ma non si deve derubricare l’analisi critica su ciò che è accaduto e su quel che continua ad accadere, e alle ragioni di fondo addotte affinché questo accada. Anche per far venire alla luce ciò che già preesisteva al virus in questa crisi della democrazia, in questa eclissi della democrazia rappresentativa reale così come, nel conflitto sociale nella grande politica, si era invece affermata nei trent’anni gloriosi dopo l’avvento delle costituzioni democratiche.

Le sue radici trascendono la dimensione istituzionale perché raggiungono i tanti versanti della nuova e vecchia questione sociale a cui si allude oggi quando si parla dell’esplodere della disuguaglianza. Se quella sanità pubblica che ancora afferma il suo primato contro la privatizzazione è stata mutilata dalle chiusure di ospedali, dalla perdita di decine di migliaia di posti letto, dal taglio di medici e di infermieri ed è stato penalizzato da una spesa pubblica ridicola per la ricerca – tanto da essere a rischio di fronte alla pandemia – ci sarà pure una spiegazione di questa che appare oggi come una follia. Ma ieri è stata il pensiero pressoché unanime di tutte le principali forze politiche del Paese. E’ stata la forza di una certa economia, il finanz-capitalismo, e di una ideologia, perché un’ideologia è quella del primato del mercato e quella delle compatibilità economiche con esso.

Così è stato nel caso dell’austerity. Lo stato sociale, spia e sostegno di una particolare concezione della democrazia, è stato destrutturato. Ancora di più lo è stato il lavoro; il potere, i diritti, la dignità connessi alla figura dei lavoratori sono stati messi in discussione radicalmente. Quella concezione pratica della democrazia è stata annichilita, lo stesso lavoratore è stato desoggettivizzato e ridotto a merce.

La prima cosa che necessiterebbe è dunque capire quale disastro sia stata la politica dell’ultimo quarto di secolo.
E ora? Ora lo stato di eccezione, la forma di un nuovo governo neoautoritario, non solo prevarica le istituzioni democratiche, ma si mette in atto. Le assemblee elettive, il Parlamento, sono ridotti anche fisicamente a simulacri, ma questo sistema insidia i diritti delle persone e fa prove di un processo più generale di spoliazione.  La spoliazione, la sottrazione alle persone delle loro facoltà di scelta si diffonde per gradi e procede per salti, come a sperimentare sulle parti più esposte, su quelle più infragilite dalla loro specifica condizione sociale, un potere assoluto.

La nuda vita, i corpi diventano l’oggetto di una contesa nascosta nella quale il nuovo potere ti dice che tu puoi soltanto subire. Accade in particolare per gli invisibili, per quelle realtà sociali che entrano nel cono d’ombra della democrazia del nostro tempo. I carcerati lo sono da così gran tempo da farli vivere in una condizione di illegalità, di sistematica mancanza di rispetto della legge. Gli operai lo sono da meno tempo e, pour cause, meno strutturalmente. Eppure sono, anche se diversamente, gli uni e gli altri diventati invisibili.

Alla prova del virus si ordinano regimi speciali, le regole di salvaguardia dell’integrità fisica delle persone non valgono per gli invisibili. Il sovraffollamento delle carceri lo impedisce, ma anche le esigenze del sistema produttivo, dell’economia, si chiudono fino a sospendere quelle dei lavoratori. Per gli uni e gli altri, pure nella loro radicale diversità, non valgono le distanze di sicurezza che valgono per i cittadini, per le persone. La cosa per un certo tempo sembra non destare scandalo, appare come una parte del nuovo funzionamento del sistema, come organica a questo sistema nel momento dell’emergenza. La limitazione delle libertà individuali per tutti diventa per qualcuno persino la spoliazione della sua umanità, una cosificazione.

Ma i corpi violati spingono al rifiuto. Le carceri esplodono. Il detonatore è costituito dalle misure contro il virus che negano loro l’ultimo rapporto con l’altro pezzo dell’umanità, con il mondo, con l’amore. Scoppia allora la rivolta, che questo giornale ha documentato con partecipazione intelligente e sofferta, fino a dentro il centro delle grandi città, da San Vittore a Regina Coeli. Nel Paese che è stato di Mario Gozzini c’è chi prima di prendere questa decisione estrema ha discusso con i detenuti, con il personale di sorveglianza, con le popolazioni del carcere?

La rivolta porta dentro di tutto, anche il peggio, ma anche domande di civiltà. Essa è una reazione a una condizione strutturale e ad una eccezionale. Quella strutturale è il sovraffollamento delle carceri, l’aumento provocato da una pessima legislazione sui detenuti, dalle loro condizioni di vita a volte infernali. Quella eccezionale sono le misure di emergenza. Ed è un modo dello stato attuale quello di fronteggiare l’emergenza negandoli come persona. La spoliazione e la rivolta. Chissà se sollecitato da Rita Bernardini e dai suoi compagni di strada qualcuno nelle istituzioni repubblicane lassù capisca cosa sta accadendo in questa parte negata della società.

“Non siamo carne da macello” hanno gridato gli operai organizzando gli scioperi spontanei. “Gli operai hanno paura, si sospendano le attività non necessarie” dicono i sindacalisti torinesi commentando gli scioperi. Già, hanno paura anche gli operai. Perché anche gli operai sono persone. Le fabbriche che si sono fermate sono molte: in Piemonte, nel milanese, in Toscana, in Emilia, a Genova e a Taranto, nelle multinazionali come nelle medie fabbriche. E’ stata una diffusa ribellione alla negazione di sé del lavoratore come persona. Un pezzo grande della società e dai molti rinvii a questioni più generali si è messo in evidenza, ha rotto l’invisibilità almeno per un momento.

Non si tratta neppure di quella condivisione estrema di deprivazione dei diritti del lavoro costituita dalla moltitudine dei precari strutturali fino ai rider. Si tratta di quella popolazione lavorativa che una sociologia cinica e ignorante ha definito “dei garantiti”. Si tratta del lavoro più classico, tradizionale, quello che i diritti sociali se li era conquistati. Negati come cittadini, sfruttati come lavoratori ora, nella lotta dello stato contro il virus, questi vengono spogliati del loro essere persona, vengono spogliati di umanità.

Una operaia ha detto che lei lavorava tutti questi giorni eccezionali gomito a gomito con le sue compagne di lavoro. Tutte legate allo stesso ciclo produttivo. E allora si è chiesta se la sua fabbrica fosse immune al virus perché a saperlo ci avrebbe portato la famiglia intera. In realtà la fabbrica non è immune, sono i lavoratori a non essere considerati persone, dunque come ognuno esposti al rischio. C’è qualcuno che aveva sentito la loro opinione, c’è stata una qualche partecipazione alle scelte che riguardavano la loro stessa vita?

La diffusione improvvisa e imprevista degli scioperi, della ribellione, ha aperto ora un varco nell’ordinamento decisionale che li ha ignorati e che li considera come un oggetto della stessa decisione. Si è avviata infatti una contrattazione diffusa, fabbrica per fabbrica, tra i sindacalisti che rappresentano i lavoratori delle aziende e l’azienda stessa, una trattativa per riorganizzare il lavoro in modo da garantire la salute dei lavoratori.  È uno spiraglio, una breccia aperta sul futuro ma anche, forse, una breccia per recuperare il passato, quando la compagine lavorativa, costruita attorno al suo delegato, costruiva con gli esperti di una scienza critica, un modello di lavoro fondato sulla salute.