Almeno bisognerebbe avere il coraggio di dirlo. Fare un bella diretta, di quelle istituzionali con tutte le belle bandiere a fare da sfondo e dire: «Signori, qui sarebbe il caso di chiudere tutto ma non possiamo fare altro che limitarci ai negozietti, a quei commercianti e piccoli imprenditori che anche se strepitano non fanno troppo rumore, perché quelli grossi, quelli che tengono al guinzaglio Confindustria, quelli non sono mica disposti a rinunciare al profitto, quelli non sono imprese che sono fatte di persone e quindi di rischi e quindi di regole e quindi di raccomandazioni contenute in un decreto della presidenza del Consiglio, quelle imprese sono il segno + che sta sotto al bilancio di fine anno, quello, solo quello».

Sarebbe più onesto, se ci pensate. Sarebbe una posizione da combattere politicamente (ma c’è qualcuno qui che è in grado di intestarsi una battaglia del genere?). Ma almeno non ci sarebbe questa coltre di finta preoccupazione che ammanta qualcuno che invece in queste ore sembra essere stordito dal fatto di essere stato scoperto: mentre il governo chiudeva in casa tutto il Paese molte industrie hanno continuato a lavorare come se nulla fosse, in condizioni vergognosamente insicure, affidandosi a un generico “mantenete la distanza di sicurezza” oppure dispensando semplicemente un po’ di soluzione igienizzante con la richiesta di usarla “con parsimonia” visto l’elevato costo.

E mentre da giorni qualcuno sommessamente faceva notare che dietro al bello slogan “restate a casa” rilanciato da artisti e da influencer c’è tutto un mondo che non ha possibilità di scelta e che si ritrova .nella condizione di non poter scegliere, ieri finalmente anche il mondo del lavoro ha deciso di alzare la voce con sciopero in tutta Italia che hanno costretto il governo a prendere le contromisure.

“Non siamo carne da macello”, hanno urlato gli operai a Terni, in Piemonte, in Lombardia, in Liguria passando per la sempiterna ex Ilva e il presidente del Consiglio è intervenuto promettendo in accordo con la Protezione Civile guanti e mascherine per tutti. «Dobbiamo essere tutti consapevoli – ha spiegato il premier – che tutti coloro che stanno lavorando, operai, tecnici, quadri, non espletano semplici prestazioni lavorative secondo lo schema di scambio lavoro/retribuzione. In questo momento, questo loro sforzo assume un particolare significato: è un atto di grande responsabilità verso l’intera comunità nazionale. E proprio perché è un atto di responsabilità nei confronti di noi tutti, noi tutti abbiamo il vincolo morale e giuridico di garantire loro condizioni di massima sicurezza».

Benissimo, ottimo discorso. Peccato che mentre fioccano le autocertificazioni per i bisogni del proprio cane la sicurezza nelle aziende sembra un argomento che proprio non infiammi la discussione politica. Il segretario dei Metalmeccanici Fim-Cisl non le manda a dire: «Lo sciopero è stato il mezzo per portare l’azienda a voler entrare nel merito della questione che in questo caso specifico, al contrario delle altre volte, riguarda una pandemia che va gestita con strumenti a approcci straordinari». L’organizzazione sindacale chiede i rispetto delle “disposizioni impartite dalla presidenza del Consiglio dei ministri in tutto il territorio nazionale.

Da quando è iniziata l’emergenza, per affrontare al meglio – conclude – questi giorni difficili, abbiamo chiesto ad ArcelorMittal di intervenire con strumenti che non intacchino il reddito dei lavoratori, ma che tutelino incolumità e salute». Per Landini, segretario generale della Cgil, «non è possibile fermare il paese ma è importante che affrontiamo l’emergenza dando sicurezza a chi lavora distinguendo l’essenziale (ad esempio sanità, filiera alimentare, servizi pubblici…) da ciò che è rinviabile. In pochi giorni le protezioni a chi lavora devono essere date. Dobbiamo essere sicuri che entro breve possiamo avere le produzioni essenziali sicure».

Ma, solo per fare un esempio, oltre alle fabbriche rimangono in piedi anche le situazioni dei metalmeccanici ad esempio negli ospedali (perché sì, gli ospedali funzionano e continuano a funzionare anche grazie ai loro manutentori) e così tocca a Michele De Palma della Fiom ricordare che questi continuano a lavorare in un ambiente difficile come sono di questi tempi gli ospedali senza né guanti né mascherine. Landini apre anche un’altra questione: «In questi giorni c’è un’esplosione di acquisti on line. I rider consegnano a domicilio. Quali garanzie per loro? Qualsiasi decalogo costruiremo deve riguardare anche loro come tutti gli altri».

La domanda sostanziale è sempre la stessa: siamo sicuri che il profitto non determini le condizioni di lavoro più della sicurezza? Siamo davvero sicuri che il costo di questa quarantena forzata che pesa su tutti i cittadini italiani sia equamente distribuito? Perché il virus, sia sa, cancella le persone ma non cancella le disuguaglianze. E non servono le rassicurazioni, no, servono i fatti, che se ci pensate è la frase che sentiamo ripetere incessantemente da tutti i rappresentanti di governo. Tutti.