A chi analizza i numeri dell’attuale emergenza coronavirus viene spesso chiesto perché in Italia ci sia un così alto numero di morti tra gli infetti. Proporzionalmente i numeri sono superiori rispetto alla Cina e in Germania, nonostante siano stati trovati oltre 1000 persone positive al virus ci sono solo 20 ricoverati e nessun morto registrato. A spiegarlo è Enrico Bucci sul blog “Cattivi Scienziati”. Biologo della Federico II di Napoli, attualmente Adjunct Professor presso la Temple University di Philadelphia, sta seguendo i movimenti della pandemia e riesce a dare una spiegazione scientifica al fatto. Dipende da quanto tempo la popolazione è infetta.

Per spiegare il fenomeno propone alcune ipotesi semplificate. “La prima è che in una data popolazione, con una letalità dell’1%, si tenda all’equilibrio a trovare un 15% di casi gravi (che comprende anche l’1% che morirà) e un 85% di casi lievi (che in massima parte non richiedono ospedalizzazione, e sono detti paucisintomatici)”. A questo aggiunge che perchè un paziente manifesti sintomi, devono passare 5 giorni e perchè finisca in ospedale per l’aggravamento dei sintomi, altri 5 giorni.

“Assumiamo poi che, perchè il virus provochi la morte, debbano trascorrere in media un paio di settimane dal primo ricovero – spiega il docente – A questo punto, consideriamo uno scenario in cui l’epidemia viene scoperta in stadio avanzato (a sinistra nella figura qui sotto), proprio perchè ha procurato i primi casi gravi (caso italiano). Si focalizzeranno gli sforzi innanzitutto nella ricerca dei positivi tra coloro che stanno arrivando negli ospedali perchè i sintomi sono più gravi; si tenderà quindi a concentrarsi su quel 15% di pazienti sintomatici più avanzati”.

“Questi pazienti, già prima di un paio di settimane – continua Bucci –  cominceranno a morire, perchè tra di essi vi saranno già casi gravi; nell’ipotesi fatta, la percentuale dei morti sarà molto più simile alla frazione di morti sui pazienti gravi, che non sul totale degli infetti (perchè, ricordiamo, abbiamo selezionato sintomatici in stadio più avanzato rispetto ad un campione casuale), e tenderà quindi ad essere alta, se misurata durante l’epidemia. Al limite, se ammettiamo che la letalità del virus sia 1% e che il campionamento sia concentrato solo sul 15% dei pazienti più avanzati, si avrebbe una letalità apparente dai dati di campionamenti circa uguale al 6,6% (1% diviso 15%); è una “illusione ottica”, figlia del modo in cui si è campionato”.

Consideriamo adesso uno scenario in cui l’epidemia viene scoperta all’inizio del suo sorgere (a destra nella figura), oppure i soggetti positivi siano cercati fuori dagli ospedali (senza controllare cioè fin dall’inizio i casi più gravi, in ospedale). “In questo caso, il campionamento sarà concentrato su pazienti paucisintomatici o asintomatici (con pochissimi casi più gravi) o perchè si è all’inizio dell’epidemia o per scelta; nell’ipotesi fatta, non ci sarà nessun caso grave prima di una decina di giorni, e nessun morto prima di circa un mese”. E questo potrebbe essere il caso di paesi come la Germania.

“Diverse strategie di campionamento su popolazioni a stadio diverso di sviluppo dell’epidemia – continua Bucci – quindi, unitamente al ritardo con cui si aggrava e si muore rispetto a quando ci si infetta, causano una estrema variabilità tra nazioni diverse in quella che è la letalità apparente ad una certa data. Alla fine dell’epidemia, tuttavia, in entrambi gli scenari considerati la letalità convergerà al suo valore vero (1%)”.

Il professore spiega che in Italia questo valore sarà plausibile finchè non si satureranno le risorse del sistema sanitario, che, ancor più che il virus in sè, fa crescere il numero dei morti, e dunque innalza la frazione di morti causata in via diretta o indiretta dal virus. “Se non ci sforziamo con le politiche di contenimento di aiutare i nostri medici ed i nostri ospedali, “diluendo” nel tempo la curva di crescita giornaliera dei casi – avverte Bucci – possiamo aspettarci conseguenze più gravi anche dallo stesso virus che altrove causerà meno danni”.

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