Molti sono gli occhi che guardano a Piazza San Pietro con speranza. Le immagini della benedizione del Papa contro il flagello del Covid-19 hanno fatto il giro del mondo. È a ridosso del colonnato del Bernini che ieri mattina si è fermata l’autoblu di Palazzo Chigi, raggiunta dalle Guardie svizzere. A sorpresa, Papa Francesco ha ricevuto in udienza privata il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che ha preso parte poi ad una funzione religiosa presso Santa Marta. Un momento di preghiera preceduto da un confronto a quattr’occhi dal quale emergono poche battute.

«Non è noto il contenuto del dialogo», si legge su Vatican News, «ma è noto quanto l’Italia sta affrontando a causa del coronavirus e quanto Francesco abbia a cuore la situazione italiana». Il dialogo, che non era in programma, arriva a 24 ore esatte dall’Angelus di domenica mattina con cui Papa Francesco ha tenuto a mettere un accento particolare sul dramma delle carceri, tirando quasi per il bavero della giacca chi nel governo italiano ne ha la responsabilità diretta. A sorpresa, così come si è tenuto ieri il colloquio fuori programma con il premier Conte, il capo della Cristianità aveva usato il microfono per una supplica: «Auspico misure necessarie per evitar tragedie future nelle carceri».

L’appello del Papa era arrivato al termine della recita dell’Angelus, trasmessa in diretta dalla biblioteca del Palazzo apostolico vaticano. «In questo momento il mio pensiero va in modo speciale a tutte le persone che patiscono la vulnerabilità di essere costretti a vivere in gruppo: case di riposo, caserme…», le parole di Francesco: «In modo speciale vorrei menzionare le persone nelle carceri». «Ho letto un appunto ufficiale della Commissione per i diritti umani – ha rivelato il Papa ancora a braccio – che parla del problema delle carceri sovraffollate che potrebbero diventare una tragedia. Chiedo alle autorità di essere sensibili a questo grave problema e di prendere le misure necessarie per evitare le tragedie future».

Un appello che a molti è suonato quasi come l’eco delle parole di Giovanni Paolo II, che quindici anni fa, era il novembre 2005, esortò il Parlamento italiano ad “un atto di clemenza”. L’amnistia non arriverà, ma l’indulto sì: era il 2006. Proviamo a capire di più sull’origine del richiamo fatto da Bergoglio all’Angelus. Il Papa aveva avuto nei giorni scorsi un incontro con il dicastero vaticano per lo Sviluppo umano integrale per riflettere “sull’oggi e sul dopo” della pandemia, e sottolinea che «ci sono già alcune conseguenze da affrontare: la fame, specialmente per le persone senza lavoro stabile, la violenza, la comparsa di usurai, che sono la vera piaga del futuro sociale, i criminali disumanizzati». Preoccupazioni che sarebbe inopportuno attribuire specificamente all’Italia, ma che senz’altro mostrano qual è l’approccio “politico” che Papa Francesco ha della vicenda, e quanta importanza dedica al tema della giustizia. Argomenti verosimilmente tornati nel colloquio con Giuseppe Conte.

L’attenzione del Vescovo di Roma per le persone in carcere è una costante che si è resa evidente nella preghiera dell’Angelus ma non solo: altre due volte in queste ultime settimane aveva ricordato i detenuti. «Per il Pontefice i carcerati fanno parte degli ultimi, di quelle persone che in qualche modo la Chiesa di Papa Francesco predilige. Il grado di civiltà di una società si evince da come vengono trattati gli ultimi, e in particolare le persone in carcere», ci dice Gennaro Ferrara, il giornalista di Tv2000 che segue il Papa nei suoi viaggi e che cura per l’emittente cattolica il “Diario di Papa Francesco”.

«Nei suoi viaggi internazionali lui considera un appuntamento necessario la visita a un carcere, soprattutto all’estero. È un impegno quasi fisso. E quando va in visita – prosegue Ferrara – ci tiene a dire che sente che sarebbe potuta toccare a lui quella sorte. Gli scartati sono una categoria importante e i carcerati sono gli scartati per antonomasia, Francesco invita a non scartare nessuno. È una umanità importante».

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