Tra le pieghe del Dl “Cura Italia” riesce a inserirsi qualche timida misura anche per l’umanità di serie B che vive in carcere. E in un articolo viene finalmente previsto che si potranno scontare a casa, con gli arresti domiciliari, le pene detentive fino a 18 mesi “anche se costituenti parte residua di maggior pena”. La norma non riguarda coloro che scontano pene per reati gravi o che hanno partecipato alle proteste del 7 marzo. Dove possibile dovranno essere utilizzati i braccialetti elettronici. Non fossero chimere. Il braccialetto elettronico, «autentico scandalo anche dal punto di vista amministrativo: acquistati e mai collaudati», dice Rita Bernardini.

Fatto sta che ieri un un provvedimento firmato dal capo del dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, d’intesa con il capo della Polizia, individua in 5000 braccialetti la dotazione dei dispositivi che possono essere utilizzati, tenuto conto anche delle emergenze sanitarie e in attuazione delle disposizioni del decreto “Cura Italia”. Dei 5000 braccialetti, che consentono di monitorare in tempo reale il detenuto che li indossa a domicilio, 920 sarebbero immediatamente disponibili. Staremo a vedere.

Il Garante per i diritti dei Detenuti del Lazio, coordinatore dei Garanti regionali, non ci crede. «Noi ad oggi sappiamo che le istanze accolte per i domiciliari con braccialetto sono molto poche. Da Rebibbia sono state inoltrate trecento domande, ne sono state accolte dodici. In tutta la regione ne sono state accolte 53. Per questo abbiamo scritto un appello al Parlamento e al Presidente della Repubblica, perché anche in questo campo è bene che si ascoltino le competenze».

La preghiera di Papa Francesco, che all’Angelus di domenica ha rivolto un pensiero particolare a chi affronta la prova del coronavirus in carcere, è ascoltata qua e là dalla politica. A partire dall’ex Guardasigilli, Andrea Orlando: «Aprire rapidamente una discussione sul carcere che tenga conto di questa fase e non ricalchi il copione di questi anni con la contrapposizione tra giustizialisti e garantisti, per evitare che senza specifici provvedimenti i penitenziari diventino dei “focolai” di coronavirus pericolosi per tutto il Paese e non solo per i reclusi e per chi lavora nelle carceri». Il suo compagno di partito Carmelo Miceli, in commissione Giustizia alla Camera e responsabile sicurezza Pd va nel dettaglio: «Per evitare il contagio di massa il Governo mostri coraggio e adotti anche una forma speciale di detenzione domiciliare temporanea, che abbia la stessa durata dell’emergenza epidemiologica».

E non si fa attendere la voce dell’avvocatura. «Dopo aver ignorato gli appelli di noi penalisti italiani, della intera magistratura in tutte le sue più autorevoli articolazioni, del Consiglio Superiore della Magistratura, delle Università, degli operatori penitenziari, del volontariato, dello stesso Presidente Mattarella, questo Governo saprà ignorare anche il solenne appello del Pontefice?» È l’interrogativo che pone l’Unione delle Camere penali.

«Papa Francesco ha voluto esprimere, urbi et orbi, parole chiare sulla necessità indifferibile di interventi immediati ed efficaci sulle carceri italiane, flagellate dal più alto sovraffollamento europeo, e perciò esposte ad un rischio epidemico che solo una miopia politica irresponsabile può ostinarsi ad ignorare». E il Governo «sa bene che le misure varate sono solo apparenti, perché vanificate da quella ormai grottesca truffa dei braccialetti elettronici che non sono e non saranno mai tempestivamente disponibili».

La tensione, negli istituti di pena, rimane alta.  Nel carcere romano di Rebibbia un gruppo di detenuti, mentre andiamo in stampa, sta protestando pacificamente: usciti per l’ora d’aria, non vogliono più rientrare in cella. Le soluzioni alla Bonafede non convincono nessuno.

 

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